domenica 1 febbraio 2015

Marco Maffei

Ho svolto qui un compito di adattamento alla lingua italiana corrente, ritenendo non consono il riportare con la fredda cronologia, la vita di una persona così viva e importante come Fra Marco di Marcianise. Ho ritenuto quindi fosse necessario solo ammorbidire e rendere più fruibile al lettore di odierno quell'italiano a mio parere molto più ricco, contratto e caloroso di quello di oggi. Una storia scritta da un Domenicano, tale Lopez, in un suo libro dedicato a lui e riportato nel Sagro diario Domenicano, il giorno 15 Marzo, che è il giorno della dipartita verso il cielo di Fra Marco. Ho anche aggiunto nei luoghi consoni, altre informazioni tratte da altri libri, lasciandoli nel medesimo stile o prendendole tali e quali dalla lingua latina nella quale furono scritte.
In particolare, noterà il lettore, l'uso della parola Obbedienza, che oggi si potrebbe tradurre con incarico, ma che solo lasciandola inalterata può trasmettere ai lettori la sofferenza provata da Fra Marco nell'allontanarsi dai luoghi di contemplazione. Egli era un monaco; un monaco obbedisce.
Ho incluso tra virgolette e non modificato le parole dette da lui e riportate fedelmente nel testo, in modo che tutti possano figurarsi ciò che in quel tempo eroico per la fede si pensasse e si dicesse ma sopratutto si facessero il più possibile una idea della scala dei valori che guidava in verità tutta la loro vita. La malattia Ethicia, va considerata come Tisi o tubercolosi, ed è una malattia molto diffusa a quei tempi e purtroppo sconfitta solo in questi ultimi anni. Chi è più anziano la potrà paragonare al cancro che oggi infetta e uccide tanti di noi.
Buona Lettura.

Vita del Gran Servo di Dio Fra Marco di Marcianise, che fu uno dei primi fondatori dell’Opera Santissima congregazione di Santa Maria della Sanità di Napoli, tratta dai processi formati nella Curia Arcivescovile di detta Città sulla sua vita e miracoli, e da ciò che ne scrisse il Lopez nella quinta parte.

Tra le Ville, e Castelli più cospicue, che sono sotto la sua giurisdizione numerosa della nobilissima, e importante Città di Capua, una ce né una a nessun'altra forse inferiore nel numero  degli abitanti, nella fertilità dei suoi campi, e nell'abbondanza, di tutto ciò che si stima necessario per l'umana vita, chiamata Marcianise. Questa, quando non avesse altri titoli con che gloriarsi, ben far lo potrebbe, soltanto con l’esser Patria del nostro Fra Marco, fatto che basterebbe a dare lustro a qualsiasi Città.
I suoi genitori, benché né nobili, ne molto ricchi, furono però onoratissimi, e buoni Cristiani: Il padre si chiamava Giustino Maffei, e la madre Domenica Cipolla. Usci egli alla luce l’anno 1542 e nel Sacro Fonte gli fu imposto il nome di Vincenzo, perché doveva trionfare sui comuni nemici, Mondo, Carne e Demonio.
Si narra che fin dai suoi più teneri anni cominciò a vincere se stesso, e le inclinazioni di quella tenera età, di cui non volle mantenere altro che la purezza dei comportamenti e la pura semplicità, dominando tutte quelle imperfezioni di giochi e passatempi, che sono propri di quell'età. Si scorgeva in lui una maturità tale che poteva essere, attribuita solo a un adulto, facendosi fin da quel tempo conoscere come moderatore e riformatore di costumi. Pervenne tra devoti esercizi, e fervorosi studi di grammatica e letture umanistiche al diciottesimo anno di età, quando più sono soggetti agli inganni per gli incauti giovani, dai, non so se mi dica, passatempi e tradimenti del Mondo. Ma il Signore volendo preservare il nostro Vincenzo colla sua grazia, volle liberarlo, facendo in modo che, per la Quaresima dell'anno 1559, andasse a predicare nella Villa di Marcianise un Religioso del nostro Ordine, Fra Marco da Castellammare, il quale una mattina, con gran fervore di spirito, trattò delle vanità del Mondo, e degli inganni, e tradimenti che fa a coloro che di lui si fidano. Dalle appassionate parole di questo predicatore fu tanto comosso il nostro Vincenzo che, operando nel suo cuore la Divina grazia, decise fermamente di abbandonare il Mondo, e seguire chi con la sua predica gli aveva svelato i suoi tradimenti. Decise quindi di prender l'abito Domenicano .
Con tale intento, andò a Napoli nel Convento di San Domenico, dove presentandosi a Fra Serafino di Marcianise, Lettore di allora in quel Convento, lo pregò con fervore affinché lo aiutasse a farsi concedere l’abito Clericale in quel Convento.
Fra Serafino, però, prima di adoperarsi per fargli dar l'abito, volle provare la sua costanza e vedere se la sua era chiamata di Dio o leggerezza di giovane e trovatolo forte a ogni prova, gli accordò il nulla osta a ottenere quanto chiedeva. Il 17 Ottobre dello stesso anno, 1559 fu ricevuto e vestito del Sacro abito per mano del Padre Maestro, Fra Marco di Castellammare, Priore di quel Convento, mentre Provinciale della Provincia di Regno era il Gran Fra Ambrosio Salvio da Bagnoli e Generale dell'Ordine il Reverendissimo Padre Maestro Fra Vincenzo Giustiniani, che poi fu Cardinale di Santa Chiesa.
Dal Priore gli fu cambiato il nome da Vincenzo a quello di Fra Marco.
Vestito il nuovo Soldato del Crocefisso di questa sua nobile livrea, pose tutto il suo studio in non esser Religioso di solo abito, col nome, ma anche di fatti, conformando la sua vita all'abito che portava, e cercando il più possibile di imitare il suo Santo Patriarca San Domenico, e a indirizzare tutte le sue azioni contro i nemici, Mondo, Carne e Demonio e nell'acquisto di quelle virtù, che sono necessarie ad un vero domenicano.
Così sotto la cura del Padre Fra Eugenio di Napoli, che era in quel tempo Maestro di Novizi, in cui particolarmente risplendevano, col fervore dello spirito, la carità, l'umiltà, la mortificazione, la modestia, e compostezza anche esterna, al punto che la trasfondeva in coloro che con lui avevano rapporti, acquistò egli una semplicità colombina, una obbedienza cieca, ed un grande amore, e zelo della Regolare Osservanza, che furono i poli sui quali andò girando tutto il corso della sua vita. Finito, con tali ottimi principi, l'anno del suo Noviziato fece la sua solenne professione per figlio di quel Convento il 18 Settembre dell'anno 1560 con tanta devozione, e spirito, che fece intenerire quanti, vi si trovarono presenti.
Quindi innamorato già di quell'eterna sapienza, che guida e corregge le anime dei suoi cari, ordinò la sua vita, in modo che da quel momento in avanti fosse un continuo andare, senza mai fermarsi, per giungere alla meta della bramata perfezione al che si aiutava molto colla lettura dei libri spirituali, e in particolare delle vite dei Santi Padri, dalle quali, quasi come da tanti fiori, a modo di ape ingegnosa, coglieva il miele degli esempi delle loro eroiche virtù, ed intenzioni, cercando di esprimerle dopo in se stesso, con perfetta imitazione,
Era oculatissimo nell'Osservanza della sua Regola, sforzandosi di porre in opera ogni minuzia di essa, così nelle cose essenziali, e sostanziali dei tre voti, del silenzio, contrizione, e mortificazioni nel vestire, mangiare, e dormire, come nei cerimoniali, nelle venie, inclinazioni, e simili. Conformando l'uomo esteriore all'interiore, era tale la sua compostezza e modestia, che la trasfondeva, anche in chi lo mirava, rendendosi norma, e specchio della Religiosa perfezione; Era portato molto verso lo studio e verso l'orazione, e sapeva così bene intrecciare tra di loro questi due esercizi, che ad alcuni sembrano non concilianti tra di loro, che per lui era studio l’orazione, e lo studio era orazione. E tanto fece nello studio della Filosofia, dove è più difficile dare priorità alla volontà e lasciare digiuno sia l'affetto, quando l'intelletto si pasce di pure verità naturali.
Quando infine iniziò a studiare la Sacra Teologia, trovavo il suo spirito tanto diletto verso questo studio che questo sembrava più cibo dell'affetto verso Dio per farlo Santo, che speculazione dell'intelletto per farlo dotto, far bene in lui cresceva, e in pari misura, sia la dottrina, che la santità. E questa crebbe maggiormente quando fu ordinato Sacerdote, perché posto in così alto grado, e ammesso a tale intima conversazione con Dio Sacramentato al quale offriva infallibilmente ogni mattina partecipando da quelle ardenti braci, fuoco di carità il suo cuore, e da quella viva fonte di santità, somma purezza il suo spirito, si sforzava di giungere all'acquisto della purezza degli Angeli sempre immacolata, e della sempre accesa carità dei Serafini.
Ebbe tra i suoi compagni di studi, il beato Luigi d'Aquino da Napoli e il filosofo eretico Giordano Bruno.
Giordano Bruno
Avendo i Superiori constatato, l’abilità, l'ingegno, l'integrità di vita e l'applicazione agli studi del nostro Fra Marco, lo scelsero per mandarono come studente nella celebre Scuola Teologica presso il convento di San Domenico a Bologna, Convento che è insieme ricco erario in cui si conserva l’impareggiabile tesoro delle ossa del Santo Patriarca Domenico.  Con la vicinanza a quelle sacre ceneri, si accese tal fuoco di amor di Dio, nel cuore del nostro Fra Marco e tal zelo della Regolare Osservanza e della salute del prossimo, che sembrava il Santo Patriarca gli avesse trasmesso parte del suo impareggiabile spirito. Si propose, di volere uscire da quel famoso collegio, non meno Santo, che dotto. Per giungere così in alto, scelse prudentemente di evitare ogni pratica e familiarità, non solo con i Secolari, ma anche con i suoi stessi compagni Religiosi, impegno che osservò, con così costante e perpetua vita ritirata, che durante i tre anni, che trascorse in quel luogo, solo tre volte uscì dal Convento essendo suo forte interesse l'orare, e vegliare al sepolcro del suo Santo Patriarca.
Da quel sepolcro sembrava bevesse quella rigorosa Osservanza, che poi introdusse nella Congregazione di Santa Maria della Sanità dove non tralasciando lo studio, si attenne alla strettezza della vita, per acquistare più speditamente quella dottrina, della quale i Religiosi di San Domenico devono avvalersi per utilità dei prossimi che è lo scopo principale di questa Sacra Religione, che non si ferma, come fanno alcuni altri, nelle sole austerità e penitenze. Era già riconosciuta tanto la fama della dottrina e virtù del nostro Fra Marco, che i Padri della Provincia di Lombardia, lo scelsero come uno dei Cattedratici nel Capitolo Provinciale, che celebrarono in Bologna ed egli difese quella Cattedra così bene, che quei Padri lo giudicarono ottimo lettore di Filosofia, e Teologia, e perciò, avendolo nominato Lettore, lo rimandarono alla sua Provincia del Regno, con lettere dimissoriali, che gli rilasciarono gli ufficiali dello Studio bolognese fra Giorgio da Vercelli, fra Geronimo da Fano, fra Geronimo da Bologna e fra Felice da Colorno, il 30 gennaio del 1571, nelle quali lodarono molto il profitto che aveva tratto nelle sacre lettere, e nella bontà della sua Religiosissima vita.
Gregorio XIII
Così tornato alla sua Provincia, fu dai Superiori mandato come Lettore nel Convento di san Domenico di Gaeta e poiché era non meno buono e virtuoso, che dotto, fu contemporaneamente incaricato di ascoltare le confessioni, sia di uomini sia di donne. Era grande in ambedue questi incarichi con il suo zelo, e la carità e perciò grande la diligenza, e l’accuratezza con la quale la esercitava e per non apportar danno a se stesso, mentre voleva giovare ad altri, era tale la sua parsimonia, e l'austerità con la quale trattava il suo corpo e il ricorso dell'orazione, con la quale avviava sempre il suo spirito, che più faceva coll'esempio della sua vita, che colle parole, tanto nell'insegnamento dei suoi Discepoli, quanto nell'istruzione dei suoi penitenti.
Da Gaeta fu, dal Provinciale, richiamato in Napoli, perché esercitasse nel Convento di Santo Spirito, gli stessi uffici dì Lettore e di confessore.

Fu in quel tempo, il 1577, che svolse quel gran servizio alla Chiesa e a Dio, di introdurre ed educare col latte della sua dottrina e col suo spirito, nell'orazione e nel cammino della perfezione, la Gran Serva di Dio Orsola Benincasa,
Suor Orsola Benincasa
quella che andata in seguito in Roma, a conferire con Papa Gregorio XIII, a causa dell'impedimento causato dalle estasi a cui era soggetta, fu data nelle mani di San Filippo Neri, perché conoscesse il suo spirito e da questo, dopo Molte esperienze, approvate per buone, fu rimandata in Napoli, dove dopo aver fondato un Conservatorio di Sacre Vergini, ed essere stata fecondissima Madre di tante Spose di Cristo con grande opinione di santità, se ne passò ài Celesti amplessi. Ora questa Gran Serva di Dio sí gloriò più volte, di avere avuto per suo primo direttore, Maestro, e guida nella via dello spirito, il nostro Fra Marco, riconoscendogli il merito di quanto il Signore si era degnato di operare in lei. Anzi, comparandolo al Grazioso San Filippo Neri, era solito dire: “Devo render gran conto a Dio, per non essermi approfittata nella perfezione, quando egli mi ha dato tali guide, e direttori, quali sono questi due suoi Gran Servi, Filippo Neri, e Fra Marco”. 

Egli fino alla sua morte seguitava a frequentare come confessore personale la santa, 
Divenne confessore anche di moltissime suore della congregazione di Suor Orsola ed in particolare della nipote di questa, Caterina, che seguiva le orme della zia nella santità e nella pratica dell'orazione.
Spesse volte voleva vederla e parlare con lei di cose spirituali. Amava chiamarla Creatura Angelica, in quanto soggetta a rapide e continue estasi che la mettevano in contatti più con l'aldilà che con questo mondo. Affermava che l'unica cosa di questo mondo che aveva era il corpo.
Una domenica sera Suor Orsola, dopo una estasi, chiamò la nipote Caterina c chiese urgentemente di vedere Fra Marco, perchè era alla fine della sua vita. Il lunedì successivo si presentò al convento e dopo aver parlato con suor Orsola e aver ricevuto la notizia, il giorno seguente fu colto da infermità e iniziò l'ultimo periodo della sua vita di cui si parlerà in seguito.
San Filippo Neri guarisce Clemente VIII dalla gotta

Finito il corso di Filosofia in Santo Spirito, come fosse conosciuta la modestia della sua vita, la sua Regolare Osservanza e le altre sue virtù, dovendo il Provinciale del Regno Fra Domenico Vita, assegnare al Convento di San Pietro Martire un buon Maestro di Novizi, come è necessario per l'allevamento delle nuove piante che si pongono nella Religione, che nel modo in cui si avvezzano ed istruiscono nel principio del Noviziato, tali mantengono lo stile di vita, buoni, o cattivi Religiosi, pose gli occhi sul nostro Fra Marco, e lo fece Maestro dei Novizi, certo che sotto la sua disciplina, dovessero quelli divenire ottimi Religiosi.
Pochi mesi, se bene non con poco frutto, esercitò il nostro Fra Marco, l’incarico di Maestro di Novizi in San Pietro Martire, perché nello stesso anno, il 1574, fu dallo stesso Provinciale mandato Priore nel nuovo Convento, che, sotto l'invocazione della Santissima Annunciata, si edificava nella Città di Avellino. Il nostro Fra Marco, benché sentisse molto questo colpo, poiché non vi è cosa tanto aborrita dai santi, quanto l'essere Superiore, pure obbedì, ma tanto contro sua voglia, che cercò spesso di rinunciare a questo incarico. Ciò nonostante, il Provinciale che ben conosceva il suo valore e di quanta prudenza fosse dotato, poiché non aveva desiderio più grande che l’avviamento di quella nuova fondazione non volle accettar la rinuncia, che venne invece accettata dal suo successore nel Provincialato, che fu il Padre Maestro Fra Erasmo Tizzano, il quale però volle che per le sue mani passasse l'elezione del suo successore, avendolo a questo fine fatto Vicario dell'elezione. Così, eletto il nuovo Priore, egli felice di essersi sgravato da quel peso, si ritirò al suo Convento, dove pensava, come Maddalena, di godere la quiete della contemplazione.
Non passò molto che, che il Signore, il quale lo aveva eletto per cose grandi in beneficio dei prossimi, e per ristoratore della Regolare Osservanza pose nel cuore al Reverendissimo Fra Serafino Cavalliallora Generale dell'Ordine, l’idea di nominarlo Priore del Convento del Santissimo Rosario di Napoli.
Detto convento fu fondato, nel 1568, da Fra Michele Lauto, con l’autorizzazione di Pio V e del P Monsignor. Mario Carafa, arcivescovo di Napoli, su istanza di Padre Antonino da Camerota.
Rimase vicariato fino al 24 Agosto 1576, quando Padre Serafino Cavalli, allora Generale dell’Ordine, lo istituì a Priorato e ne investi primo priore, con autorità Apostolica,  P. Marco Maffei da Marcianise..
Non fini questo governo, che volando già la fama della sua bontà, carità e prudenza, fu eletto unanimemente Priore nel Convento di Santa Brigida, nell'amenissima riviera di Posillipo. Il 1 Febbraio 1582, a causa di gravi irregolarità amministrative, volendo risolvere il problema con l'invio di una persona al di sopra di ogni sospetto, e di provata capacità, il Reverendissimo Padre e Maestro Generale Fra Paolo Costabile, con autorità Apostolica, lo nomina Priore del Convento di Santa Maria della Porta, nella Città di Salerno. Sempre in quell'anno, nel dicembre, lo nomino commissario e visitatore del convento di Bagnoli, ed infine
Santa Maria della Porta e San Domenico, Salerno
 poiché a tutti era nota l'integrità della sua vita; il suo zelo; la sua prudenza, il Provinciale, il 4 febbraio 1583, lo nominò suo Visitatore in dodici Conventi della Provincia, i quali però non poté visitare in quell'anno.

I desiderio di vita ritirata

E qui, prima che passiamo più avanti, dovremo fare una digressione. Aveva questo Servo di Dio desiderato sempre un Convento di rigorosissima Osservanza, ove si eseguisse e osservasse fedelmente la Regola senza glosse, giusta le ordinazioni già fatte dal Beato Raimondo di Capua della nobilissima famiglia delle Vigne, 
Nel 1576 Insieme a quattro confratelli chiese al Generale dell’Ordine Serafino Cavalli di poter avere un convento. Ma il sopraggiungere della peste interruppe questo progetto, che fu in seguito ripreso e così il Generale ordinò si facesse per tutte le Provincie, per rimediare ai danni causati dall'invecchiata regola, che congiurò insieme alla peste contro il Cristianesimo, ed in particolare contro gli Ordini Religiosi, con la perdita dei soggetti, e divisione dei capi per cui l'anime dotte avessero in tal modo l'arca, in cui potersi ricoverare in quell'universale diluvio della Regolare Osservanza, e dei virtuosi costumi.
Raimondo da Capua
Fu la mia Provincia del Regno, (della quale era figlio non solo il già nominato Beato Generale, ma anche altri molti, che primi riuscirono a mitigare i danni della caduta Osservanza, ripristinandola nel suo vigore, come si dirà a suo tempo) delle prime a porre in esecuzione così lodevole ordinazione, comandandola, non già in qualsiasi piccolo Convento, come nelle altre Provincie, ma nel piu importante che è il sempre Religiosissimo e gloriosissimo di San Domenico di Napoli, il quale gode di una speciale protezione del suo Santo Figlio e Maestro San Tomaso di Aquino, che si è spesse volte occupato della sua difesa con l’avvisare i Superiori di ciò che faceva mestieri nei maggiori bisogni desiderio, così sempre è stato il primo sia nel verdeggiare colle lettere, quanto nel fiorire colla Regolare Osservanza. Con questi presupposti, come stabilito nel famosissimo studio Generale, di cui un tempo fu Cattedratico il Principe delle Scuole San Tommaso di Aquino, non può non ammettere quelle dispense, che le nostre leggi permettono per non impedire lo studio, tanto necessario alla salute delle anime, primo, e principale scopo del nostro Ordine, non poteva contentare Fra Marco, il cui spirito troppo fervoroso, e amico delle austerità, non voleva ammettere neanche quelle dispense permesse dalla Regola, che la mitigano dalle più rigorose austerità. Per questo desiderava egli avere un Luogo, talmente dedicato all’Osservanza che in esso, in nessun conto si ammettesse rilassamento, o dispensa. E in questo desiderio si era maggiormente infervorato, quando esercitando l'incarico di Maestro di Novizi nel Convento di San Pietro Martire, insegnava ai suoi Novizi l’Osservanza della Regola, e la vita religiosa, più con gli esempi della sua vita, che colle parole della sua bocca. Né mancarono altri Padri in quel Religioso Convento, che avendo gli stessi fervorosi pensieri, seguivano il suo genio: per cui, di comune consenso, ne supplicarono il Padre Reverendissimo Fra Serafino Cavalli, che era Generale dell'Ordine in quel tempo il quale riconoscendo quanto era o parziale l' applicazione dell’Osservanza, lodò molto i desideri di quei Padri, e lì favori, perché avessero effetto ma chiamato alla visita dell'Ordine, e poco in seguito morto in Siviglia con gran fama di santità, non pote concedere ciò che che egli aveva stabilito, e questi desideravano. Successe al Cavalli, nella carica di Generale, Fra Paolo Costabile, il quale, poiché visse soli tre anni nel governo dell'Ordine, e durante questi proseguì la visita cominciata dal suo precedessore, non si potè con lui negoziare ciò che questi Padri desideravano. Questa dilazione però servi per accender più le brame di quei buoni Religiosi, di vedere un giorno stabilita l'Osservanza, nella maniera che nella loro mente se l'avevano figurata.
Essendo per la morte del Costabile, stato eletto Generale il Padre Maestro Fra Sisto Fabri, quei Padri desiderosi dell'Osservanza, radunatisi di nuovo col nostro Fra Marco, determinarono, con nuove suppliche fargli presente i loro vecchi proponimenti, e ne scrissero non solo al Generale, ma anche al Cardinale Alfonso Carafa Protettore dell'Ordine perché favorisse questa impresa, cosa che questi fece con costanza per tutto il tempo della vita. Lodarono il Generale, e il Cardinale i desideri di quei Religiosi: nondimeno prima di concederli quanto chiedevano, vollero informarsi da cosa nasceva questa risoluzione, se da spirito di ambizione, e vanità, oppure di devozione e zelo e perciò il Generale ne scrisse al Gran Servo di Dio Fra Paolino Bernardini da Lucca(+1585), che a quei tempi aveva fondato la Congregazione osservante di Abruzzo, della quale aveva in Napoli due Conventi, l'uno sotto l'invocazione di San Severo, l'altro dei Santissimi nomi di Gesù e Maria a costui diede il Generale l’incombenza, di informarsi dello spirito che muoveva quei Padri a chiedergli la rigorosa Osservanza, ed avuta da questi (che se ne era diligentemente informato) ottima recensione della bontà dei costumi di tutti quei Padri e di più del nostro Fra Marco che come capo promuoveva questo negozio determinò di concedergli un Convento.
Pensando però quale dovesse dargli, dei molti che ce ne erano in questa Città (grande veramente in tutte le cose, ma più che magnifica nella grandezza, numero e bellezza dei Santi Tempi) che fosse più a proposito per la desiderata Osservanza, in seguito matura deliberazione si decise ad assegnargli il nuovo Convento, che si stava allora costruendo nella Valle di San Gennaro nel Borgo detto di Santa Maria delle Vergini.
Era in quel luogo anticamente una Chiesa, consacrata agli onori di San Gaudioso, dove si conservava anche il suo corpo, che in seguito fu trasferito dentro la Città, nel Monastero intitolato col suo nome, come si legge da un marmo antico, trovato in una grotta che serviva di cimitero, su cui si leggono queste parole: Hic requisceit in pace Sanctus Gaudiosus Episcopus, qui vixit annos sexaginta. Kalendarum Novembris inditione VI.

Santa Maria della Sanità

Questa Chiesa però, che prima, come tesoreria di quelle sacre reliquie, aveva per le frequenti grazie di sanità del signore e intercessioni di quel Santo faceva, avevano dato a tutta quella Valle il nome di Valle di sanità, spogliata poi del suo ricco tesoro, ed abbandonata dagli abitanti venne poco a poco, non solo a perdere i soliti onori, ma la memoria altresì, più ancora  per i frequenti flagelli di guerre, e pestilenze, che afflissero questa Città, la quale, perché capoluogo della Campagna Felice,  desiderata da tutti, era divenuta bersaglio, in cui andavano a ferire le armi di tutte le nazioni, e perciò esso divenne orrido, ed infelice deserto. Venne quel sacro luogo, infine,  abbandonato in così evidente modo, che caduta una gran ripa, che sovrastava la Chiesa e la sacra grotta, la coprì tutta, e accadde che, dopo qualche tempo si perse la memoria anche di cio che vi esisteva. A causa di ciò col passare degli anni, venne quel luogo in potere di un tale di casa Spadaro, che scavando il sito ove era la Chiesa e trovatovi quel vano, senza comprendere cio che esso fosse, se ne servi per cantina. Era il 1570. Il suo erede, se ne avvalse per usi più vili, usandola come stalla.
Siccome Dio fece, in poco tempo, morire l'uno, e l'altro perché non volle permettere, che quella casa a se consacrata, e perciò meritevole di onore, e riverenza, servisse a ministeri così vili, il loro successore, chiamato Agnello, accortosi di alcune sacre immagini, che ivi erano dipinte, comprese che quel luogo anticamente era usato come casa di Dio, per cui ristrutturandolo, e purgatolo dalle immondezze, con elemosine che raccolse da persone devote, gli ridiede nuovamente l’aspetto di Chiesa e si cominciò di nuovo a celebrarvi la Sacra Messa. Venuto ciò a conoscenza del Cardinal Mario Carafa, che era allora Arcivescovo di Napoli, mandò due Canonici a riconoscere il luogo e trovandolo, dai segni che si vedevano delle Croci nelle pareti, già consacrato, lo concesse, col consenso del detto Agnello Spadaro, padrone di quel territorio, ai Frati Predicatori. Morto. il Cardinale prima che i Frati ne prendessero il possesso, fu dal vescovo concessa quella Chiesa dal Cardinal di Arezzo successore del Carafa nell'Arcivescovato di Napoli, al Padre Maestro Fra Antonino da Camerota, che in nome del suo Ordine dei Predicatori ne prese il possesso.
Tra le altre antiche immagini, che in quella sacra grotta si rinvennero, una ve ne fu della Beatissima Vergine, al tempo stesso ammirabile per la bellezza, ed artificio della pittura e venerabile per l'antichità.
Sacra Immagine di Santa Maria della Sanità
Si compiacque il Signore di moltiplicare grandemente le grazie, a render più venerabile quell'immagine di sua Madre, che perciò doveva riportarne il titolo della Sanità, benché da principio non si ebbe a ciò l’intenzione; Ma nel mentre si controverteva sul nome, che alla nuova, o per dir meglio, rinnovata Chiesa dar si doveva, in quando era affatto uscito dalla memoria l’antico di San Gaudioso.
 Volevano alcuni si chiamasse del Salvatore, per una immagine di esso assai devota, che sino ad oggi nella grotta si vede. Altri che s’intitolasse di tutti i Santi, per molti che a lato della detta immagine se ne vedono dipinti. Altri gli davano il nome di Santa Maria, per la ritrovata miracolosa immagine presente nel luogo; altri per immagini della madre, e del figlio, che lì si adoravano, desideravano attribuirgli il nome di Gesù Maria. Prevalse il voto di coloro, che gli imponevano il nome di Santa Maria, perchè parve che il Signore con tante grazie che ivi concedeva, volesse che fosse ivi onorata la sua Santissima Genitrice.
Si cercava però un titolo, che distinguesse questa dalle altre Chiese, che sono in questa Città consacrate alla Beatissima Vergine. E mentre di ciò si disputava, alla presenza della Cardinale Arcivescovo, che per l'amenità del sito, e devozione del luogo, spesso vi veniva, sopraggiunse il famoso, erudito Medico Gio Antonio Pisano, il quale era riconosciuto maestro nelle cose antiche, disse che quel luogo ebbe nome presso gli antichi di Valle di Sanità. Ebbe gusto di intender ciò l'Arcivescovo, e ritenendo il titolo di quella Valle buono per distintivo di quella Chiesa, come alludesse alle sanità che Dio, per quella sacra immagine concedeva, volle che Santa Maria della Sanità si chiamasse.
Il luogo fu concesso in un primo momento al Padre Maestro fra Antonino da Camerota, con decreto firmato il 7 settembre 1577 firmato dal Cardinale d'Arezzo all'epoca arcivescovo di Napoli.
Divenne in seguito quella grotta, ricco erario di molti corpi dei Santi, che trasferiti di Roma, sotto ricchi, e distinti Altari di marmo ivi riposano, e tra essi ci sono i corpi di Sant’Antero Papa e Martire, dei Santi Almachio e Fortunato Martiri, dei Santi Ciriaco, Artemio, Vito, e Ippolito Martiri, e di Santa Candida Vergine e Martire, e di altri. A causa di ciò, é cresciuta quella piccola Chiesa in Tempio così magnifico, che alle più celebri basiliche del Cristianesimo non ha nulla da invidiare.

La rigorosa osservanza della regola  nel nuovo convento di Santa Maria della Sanità
Questo sacro luogo dunque fu scelto come giusto, per esercitare la rigorosa Osservanza, che il nostro Fra Marco, e suoi Compagni intendevano stabilire.
Perciò dopo molte prove, e contraddizioni (che sempre si incontrano in tutte le cose che sono al servizio di Dio) fu dal Generale, con autorità Apostolica, concesso il già detto Convento, che stava ancora sul principio della fondazione, al nostro Fra Marco e ai suoi Compagni per l’Osservanza, che vi volevano introdurre. Ben è vero che trovandosi a quel tempo il nostro Fra Marco Priore di Salerno, come si è detto, vennero questi dispacci nelle mani dei suoi Compagni ai quali parve bene di prenderne immediatamente il possesso, prima che il Demonio vi ponesse nuovi intoppi. E perciò, presentate le lettere, e concessioni del Generale al Provinciale di Regno, si posero in possesso del luogo, iniziando in esso un’asprissima, e rigorosissima vita.
I monaci autorizzati dal Generale Serafino Cavalli, giunsero il 6 ottobre 1583. Erano guidati da Fra Ambrogio Pasca, soprannominato Spacca, di Napoli. Questi i nomi di alcuni di coloro che, mossi da sacro zelo, decisero di raggiungere il nuovo convento che si stava formando, lasciando la vita agiata dei vecchi conventi per sottoporsi alla rigida regola della riforma: Fra Antonino da Camerota(+1589); Fra Tommaso di Camerota; Fra Raimondo di Tramonti; Fra Egidio Giordano di Napoli, Fra Giovanni Laino, Fra Gaudioso di Cava.
Quando giunse quella nuova alle orecchie del Servo di Dio Fra Marco, senz'altro aspettare, rinunciando al Priorato, con un bastoncino nelle mani, lasciando Salerno, se ne venne in Napoli, ad aggregarsi a Fra Ambrogio Pasca ed ai suoi Compagni nella Santa Osservanza del Convento della Sanità.La rigorosa osservanza della regola  nel nuovo convento di Santa Maria della Sanità
Non potevano però mancar travagli in opera così buona, perché non tutti prendono per legittimo il fine che muove le persone a far simili cambiamenti, anzi ciascuno le giudica secondo le proprie passioni.
Alcuni scrissero al Generale, affermando che non per osservanza e zelo della religione ma spirito di novità, libertà, comodità propria, ambizione, motivava questi Padri a farli ritirare in questo nuovo convento. Perciò il Generale essendo prudente e zeloso della regolare osservanza, non volle essere sordo a quest’avviso e neanche distruggere o contravvenire al retto fine di quei religiosi e per quietare gli uni e rassicurare gli altri, mandò due padri della provincia romana, l’uno per Priore, Fra Agostino da Perugia, l’altro come maestro e direttore, dandogli istruzioni scritte in modo che dovevano provvedere a stabilire o mantenere la stretta regolare osservanza secondo le nostre regole.
Di buon grado accettarono il nuovo Priore, questi Padri, che in tutto erano tredici, cioè due conversi e undici sacerdoti.
Il nuovo Priore quando vide questo Coro di angeli e quel collegio veramente Apostolico ne scrisse al Generale affermando “Ho trovato maggiore osservanza, nei fatti, in quei buoni Padri di quella che avevan mostrato avere in desiderio”.
E perché tra tante stelle risplendeva qual sole, il nostro Fra Marco, promotore di quella Santa Opera, lo nominò sottopriore, grazie a ciò, con questo titolo di osservanza non si intendesse quello e qualsiasi altro convento in cui si fosse osservata, cosa a parte dalla provincia del regno, non infatti piacendo alla nostro Ordine Religioso quelle divisioni che tolgono unità al suo corpo, che si è sempre vantato di essere uno ed indivisibile, conforme all'una e indivisibile fede della chiesa, della quale è membro così eminente. Avendo un documento sicuro: Omne Regnum in se ipsum divisum, desolabitur. Ordinò il padre Generale che in quello e in ogni altro convento in cui s’introducesse l’osservanza, e si annoverasse tra i conventi della provincia, quantunque dopo, per mantenere il rigore dell’osservanza esentasse con autorità apostolica, i detti conventi dalla giurisdizione del provinciale e a riguardo della catena di comando, dandogli un vicario di parte da nominarsi, immediatamente dallo stesso Generale.
Fu così che cominciò questa congregazione veramente gloriosa, che non poco onore apporta alla mia provincia del regno e al mio convento di San Domenico Maggiore, da cui è uscita per la moltitudine dei soggetti segnalati in lettere e santità i quali ha i dati col quale sarebbero stati illustrati non solo il mio Ordine Religioso ma anche tutta la chiesa dei molti dei quali si vedono scritte le vite in questo Diario, sebbene basterebbero a renderla per l’universo tutto famosa due solo soggetti chiarissimi, l'uno in santità, l'altro in lettere, cioè il
Gran Servo di Dio Fra Giovan Leonardo Fusco (01/03/1578-12/02/1620) della città di Lettere, che fu suo confessore e compagno nel convento della Sanità, ed il sapientissimo Padre Maestro Fra Domenico di Gravina, degli scritti del quale, come si arma fortemente il Cattolicesimo, così trema confusa l’eresia.
Altro suo confessore fu Giovanni Ricci, di Rocca D'Apri.
Ma per tornare al nostro Fra Marco egli vistosi finalmente nel rigore della desiderata e  sospirata Osservanza, cercava con ogni zelo ed accuratezza, l'esatto compimento di essa. Si può dire che non vi era per lui rigore così aspro che non gli sembrasse dolcissimo, gustando il suo spirito di osservare, ciò che il suo Santo patriarca aveva comandato, ed egli aveva promesso. Non vi era fatica così grave, che egli non giudicasse leggera, quando considerava che con essa si venisse a seguire la desiderata Osservanza. Era egli, come si è detto, superiore, del Convento, e perché lui e i Religiosi erano molto pochi, in quanto molti non poterono sopportare le asperità imposte, come l'uso di cilicio e catene di ferro, , il nuovo superiore dell'Osservanza A.C. Fusco, il teologo A. Guglielmini, Ambrogio Pasca, Giovanni Vincenzo da Somma, Tommaso e Ambrogio d'Ariano furono, insieme con il Maffei, che ricopriva la carica di sottopriore del convento, gli unici che rimasero.. Egli era, a tutto ciò che è proprio di un Religioso di S. Domenico preparatissimo in ogni incarico, suppliva a uno stesso tempo l’incarico di Predicatore annuale e quello di Lettore di Teologia nel Convento, per quei giovani, che vi si andavano ritirando, e tutto ciò egli eseguiva con ogni puntualità.
E quando a riguardo di ciascuno di questi incarichi, in riguardo alle fatiche, si concede dalle nostre regole qualche dispensa sul digiuno e sull'assistenza al coro, egli non solo non volle mai ammettere, ma, quando nelle ricreazioni si concedevano qualche dispensa agli altri, egli pregava il superiore che lo facesse restare tra quelli che seguivano il rigore dell’osservanza, anzi, spendendo il resto del tempo che gli avanzava dallo studio e dal Coro al quale era sempre il primo, in quel continuo esercizio di orazione, solea rubare alcune ore anche al riposo per esercitare le opere di umiltà, per cui fù spesso visto scopare la Chiesa, e i Dormitori, purgare e scegliere i legumi in cucina e tal volta anche portar l'acqua, e le legna in servizio di essa, girare per le strade della città con la sacca a elemosinare il pane.
Nonostante tutto ciò, non trascurava di seguire i compiti a beneficio delle anime dei suoi prossimi anzi vi attendeva, predicando, confessando e raccomandando le anime dei moribondi. Così divenuto Briareo della grazia, a cento, a mille cose insieme cose diverse, poneva infaticabile le mani, e le compiva esattamente e con essere così esorbitante la sua fatica, puro tra le braccia di Rachele, godeva il suo spirito, della contemplazione, senza dilungarsi dalla lippa Lia dell'azione.
Quando fu eletto priore, Fra Marco mitigò la durezza della regola e presto attrasse nuovi monaci fino a raggiungere il numero di 85.
Fra di essi fra Lonardo Fusco da Lettere e fra Callisto Tartaglione da Marcianise, il quale prese l'abito clericale nel convento di Santa Maria della Sanità il 29 Settembre 1587.
Fin dal principio discernitore di spiriti, e associato di insigne vita volta alla santità, illustrata con esempi di vita alla continua ricerca della perfezione.
Resse la Provincia di Santa Caterina da Siena, dell'Abruzzo. il 12 Maggio 1605, da fra Agostino Galamino, Maestro dell'Ordine, allorché fu eretto in Priorato il convento del Santo Rosario di Barra, elesse come primo priore fra Callisto Tartaglione. Immediatamente si iniziò a costruire la chiesa e a gestire una ottima farmacia. Col decreto della Santa congregazione vengono assegnati un massimo di 12 frati ma finì per accoglierne 16.
Non poteva tale feconda e massiccia virtù restare molto tempo nascosta. Tali ingegni per quanto si vorrebbero occultarne lo splendore, tanto più questi, come stelle brillanti, scintillando sempre agli occhi del Mondo e da se stesse si manifestano. E come che la gloria del Mondo, quale ombra, o fuoco pazzo, e vapore errante, fugge da chi la segue e segue colui che la sfugge, non è nuovo che quanto più i Servi di Dio si nascondono, e fuggono gli onori, tanto più sono le loro virtù scoperte, ed onorati coloro che le possiedono. Conosciuta dunque dal Mondo, e di più dai Superiori la virtù del nostro Fra Marco, lo tennero sempre, anche contro sua voglia, impegnato in Prelature, e Superiorità. Appena finì di esser Sottopriore, che avvicinandosi l'elezione del nuovo Priore fu egli fatto Vicario in capo, e in seguito con special Breve Apostolico, Priore del medesimo Convento della Sanità; in seguito dalla Sacra, Congregazione fu inviato come Priore al Convento di San Domenico di Sommadove egli giunse nella notte del 24 maggio 1591, accompagnato da sette padri, sei novizi e tre conversi, dove si trattenne per tre anni ed in questo tempo dal Generale Beccaria fu fatto Maestro. Durante il suo priorato si ebbero degli scontri con i monaci riluttanti a seguire la regola da lui imposta.
Nel 1592 fu inviato al Capitolo generale di Venezia, insieme ad una folta rappresentanza di Frati del regno come compagno del padre provinciale del Regno fra Girolamo Zancaglione.
Intanto, nel 1596, dovendosi celebrare il Capitolo Generale nella Città di Valencia, in Spagna Tarragonese, egli fu dalla Provincia nonostante che avesse finito il Provincialato, eletto Definitore per questo Capitolo, né egli si sgomentò di far così lungo viaggio, anzi confidando nella Divina provvidenza, provò i pietosi effetti di essa, quando essendosi egli imbarcato, insieme con molti altri Padri del suo Ordine, su di una robusta galea, gli fu, per ordine del Generale delle Galee, mutata l'imbarcazione, e trasferito, insieme con i suoi compagni, su di un'altra Galea, al parere di tutti più vecchia, e sdrucita, nella quale gli capitò di patire molte incomodità.
Ma quella che agli occhi del Mondo parve disgrazia, fu favore fattoli dalla Divina provvidenza, che, per quella strada aveva disposto di conservarli la vita, perché ingolfata la squadra delle Galee nel golfo di Lione, fu assalita da una furiosa tempesta, per la quale, la prima a sommergersi, fu la Galea sulla quale da principio si era imbarcato il nostro Fra Marco con gli altri Padri dell'Ordine; in seguito, altre quattro Galee furono dalle onde ingoiate quando quella in cui era passato il nostro Fra Marco con altri Religiosi, con esser la più sdrucita, a forza, non già di remi, o di vele, ma di orazioni di questo Servo di Dio e dei suoi Compagni, non solo (scampò dal furore di quella tempesta , che durò dieci ore continue, ma delle tre che si salvarono di tutta la squadra, fu la prima a raggiungere il porto verificandosi ciò che il Servo di Dio prima di partire aveva detto a suoi figli, che stesserò di buon cuore, perché in seguito molti pericoli che avrebbe incorsi in così lunga navigazione, l'avrebbe il Signore ricondotto salvo al suo Convento.
Fra Angelo Fiorillo nella sua cronaca e progresso del Santo Rosario, affermava che ad ogni ave maria pronunciata dal Generale Beccaria, Fra Marco, vedeva uscire dalla bocca di esso, una rosa.
Queste le parole con le quali si descrive l'evento: Demum Reverendissimis P. Frater Hippolitus Maria Beccaria, a Monte Regali Generalis Ordinis Predicatorum, vir probitate et doctrina clarus, a Neapolis petens Hispanium, ad Generale Capitulum celebrandum, insurgentibus in stine re undarium, ac fluctuum procellis, ipse cum comitibus, pracibut cum R.P.  Magistro Marco de Marthenisio, eiusdem Ordinis (qui deinde lapsus temporis obut Neapolis in conventu Sancta Maria Sanitatii, cum sanctitatis opinione) ad procellas, et fluctus fidandos, Rosarium devote recitare capit. Verum ad euiustibet Angelica Salutationis recitationem, tanti Patris Generalis ore, Rosa erumpere, alque exire visa est.
Avendo dunque assistito al Capitolo Generale, se ne tornò alla sua Provincia, e Congregazione ove, libero dalle Prelature, e Superiorità, pensò di poter godere la quiete della sua Cella ma restò ingannato, perché si trovò gravato gli omeri con cariche più pesanti di qualsiasi Prelatura.
Infatti, tra il 1597 e il 1599,  egli era nuovamente priore, del monastero di Santa Maria della Sanità ed in seguito nominato Visitatore della provincia di Calabria
Avendo la Santità del Sommo Pontefice Clemente VIII, gran volontà di riportare tutti gli Ordini Religiosi a quella prima Regolare Osservanza, nella quale erano stati da principio fondati, aveva mandato diversi Visitatori Apostolici, perché si incaricassero di riformare gli Ordini Religiosi, ed a ricondurli a quel primo fervore, nel quale erano stati istituiti e per tale scopo pose anche gli occhi sulla persona del nostro Fra Marco, il quale munì di Bolle con amplissima autorità sui Conventi che avrebbe visitato, tanto del suo, Ordine, quanto di altri Ordini Religiosi, ed in particolare lo fece Visitatore Apostolico della Congregazione Riformata dei Padri Eremitani di Sant’Agostino, la quale in Napoli vien chiamata di San Giovanni a Carbonara e quantunque a quei Padri sembrasse duro da principio, l'esser visitati da persone estranee della loro Ordine Religioso con tutto ciò restarono alla fine soddisfattissimi della bontà, integrità, giustizia, prudenza, e carità del nostro Fra Marco, il quale colla sua visita apportò tale utile alla suddetta Congregazione, che ne ebbe i ringraziamenti del Cardinale Protettore di quel Sacro Ordine. In vedersi libero dal peso di quella visita, volle ritirarsi al Convento, che la sua Congregazione della Sanità tiene nella Barra, Villa poco lontana da Napoli, che per esser fuori dell'abitato, colla sua solitudine, e amenità dell'aria, che vi è perfettissimo, invita alla quiete della contemplazione.

Il 6 settembre 1596, ottiene a beneplacito, l'autorizzazione a confessare vita natural durante, senza più essere sottoposto a verifiche ed esami.
San Giovanni a Carbonara

In vedersi libero dal peso di quella visita, volle ritirarsi al Convento, che la sua Congregazione della Sanità tiene nella Barra, Villa poco lontana da Napoli, che per esser fuori dell'abitato, colla sua solitudine, e amenità dell'aria, che vi è perfettissimo, invita alla quiete della contemplazione.  Fu donato, alla Congregazione dells Sanità,  da Domenico Ottavio da Aponte il 13 Ottobre 1584, e prese il nome del Santissimo Rosario. E' usato per la convalescenza, nel caso di malattia. Il 12 maggio 1605 dal Generale Agostino Galamino fu eletto a priorato. Il suo primo priore fu Frate Callisto Tartaglione da Marcianise.

Il 6 settembre 1596, ottiene a beneplacito, l'autorizzazione a confessare per sempre, senza più essere sottoposto a verifiche ed esami.
Come ho accennato prima, non appena terminato il suo incarico di Priore del Convento di Santa Maria della Sanità, si ritirò nel convento di Barra, ma mentre cominciava appena a godere  in quel luogo del riposo di Maddalena ai piedi del Crocefisso, meritatamente dovuto, in seguito ai tanti travagli di mente, e di corpo, che con se portano le qualifiche di superiore, quando si esercitano collo zelo e la vigilanza che richiedono, quando dall'obbedienza fu assegnato a nuove fatiche, perché il Generale Fra Ippolito Maria Beccaria conoscendo benissimo la fama dell'integrità, giustizia, zelo, e prudenza del nostro Fra Marco, lo destinò suo Visitatore, e Commissario Generale di tutti i Conventi della Provincia di Calabria. Giunse in Calabria e iniziò il suo mandato il 25 giugno 1599. Suo compagno fu Fra Cornelio del Monte, da Nizza, che lo affiancava come vice Visitatore,
Sentì senza dubbio, molto il peso di questa obbedienza il Servo di Dio, eppure, senza replicar parola, piegò il collo sotto così grave peso, ponendosi subito in viaggio e sebbene con molti stenti, e pericoli, anche della propria vita, visitò con zelo, accompagnato da carità, quella Provincia, nella quale introdusse una stretta Regolare Osservanza, ed assegnò tre Conventi per la pura Osservanza, senza altri impieghi che la impedissero. Fece anche molte buone, e giustissime ordinazioni per il retro governo di quella Provincia.
I pericoli che corse in questa visita, insieme colla tenacia, colla quale vinse e superò ogni cosa, si descriveranno, quando ragioneremo delle sue eroiche virtù.
Tommaso Campanella
Compiuta questa missione con gran soddisfazione del Generale, se ne tornò in Napoli alla desiderata quiete del Convento della Barra, dove fu colpito da una gravissima, infermità con sputo di sangue, della quale fu guarito. Benché più volte fosse stato chiamato dal Priore del Convento della Sanità, che se ne andasse a stare ivi, non volle farlo, per non lasciar la quiete che godeva nella Barra.
Mentre Visitava la provincia della Calabria,  Fra Marco e Cornelio da Nizza, nei giorni tra il 31 Agosto e il 6 Settembre 1599, iniziarono a Catanzaro, nel castello di Monteleone, il processo per eresia, con 36 capi d’accusa, contro Tommaso Campanella e altri frati Domenicani, accusati tra le altre cose di istigazione alla insurrezione contro la monarchia spagnola con l'aiuto militare dei Turchi.
Nel costituto del 4 settembre. 1599 Fra Gio Battista Cortesi, riferendo i colloqui avuti con Campanella, aveva confessato al Maffei che se prima stimava il frate di Stilo "huomo da bene" ora lo riteneva per "homo tristo", mentre si diceva "grandemente scandalizzato" da fra Dionisio che prima aveva stimato per "bon religioso" (Amabile, III, p. 199). Il 10 maggio 1600, fu di nuovo esaminato, a Napoli, davanti al nunzio Iacopo Aldobrandini e ad altri ecclesiastici, Fra Gio Battista Cortesi il quale confermò le cose dette al Maffei contro Campanella e i suoi complici, ma aggiunse che Maffei lo aveva per questo minacciato (ibid., p. 258). Il 15 maggio 1600, a Napoli,  Maffei e il suo compagno fra Cornelio Del Monte da Nizza a loro volta furono chiamati a deporre come testi;
L’interrogatore chiese in che circostanza avesse ascoltato la prima volta, fra Giovan Battista Cortesi da Pizzoni e cosa si fossero detti in quella circostanza:
Maffei rispose: ”Questo fra Gio Battista Piccioni, mi venne a trovare in Soriano, et mi parlò di alcuni crediti che pretendeva di riscotere dal convento di Briatico , et l’essaminai contra un altro frate chiamato fra Tommaso d’Arena, per causa di superstizione, et altro non trattò meco, ne io seco per alhora, ma fu licenziato, et dopo questo sei, o sette giorni in circa lo feci carcerare detto frà Gio Battista in Pizzone e fu condotto a Monte Pizzone ove io mi trovava ”.
L’interrogatore chiese se fra Gio Battista da Pizzone avesse prima della sua carcerazione riferito cosa alcuna a riguardo di Tommaso Campanella e suoi complici.
Maffei rispose:”Detto frà Gio Battista da Pizzone non mi disse cosa alcuna che concernesse la causa di thomaso Campanella ne delli suoi complici”.
Intanto nell'interrogatorio del 10 Maggio, fra Gio Battista Cortesi da Pizzoni, aveva affermato di aver già deposto durante il primo incontro col Maffei, contro Tommaso Campanella, ma questi non aveva voluto accettare tale deposizione ma aveva addirittura minacciato il teste per non fargli più riferite tali parole.
Quindi il Maffei scagionò Cortesi dall'aver detto parole a danno di Campanella e suoi complici, ma anche altri imputati precedentemente esaminati a Squillace dal Maffei, tra i quali i frati Domenico Petrolo e Pietro da Stilo, chiamati nuovamente a testimoniare, lamentarono alcune irregolarità compiute dal Maffei nella trascrizione delle testimonianze, irregolarità che avrebbero oscurato le cose da loro dette a favore della buona fede di Campanella. Altri, come fra Silvestro Lauriana, accusarono il Maffei e soprattutto fra Cornelio di aver proferito minacce accompagnate da torture e subornazioni. Lo scopo di tale condotta sarebbe stato quello di far confessare agli imputati una serie di eresie sui dogmi e sui sacramenti, che dovevano essere giudicate dal tribunale del S. Uffizio, e di porre in secondo piano la tesi del complotto contro il papa attuato con l'appoggio dei Turchi, reato contro il quale avrebbe proceduto con maggiore severità la giustizia secolare.

La pace della contemplazione gli fu levata dall'obbedienza perché il Vicario Generale, restato vacante al Governo dell'Ordine a causa della morte del Generale Fra Ippolito Maria Beccaria, fu il 29 Agosto 1600, per ordine diretto di Clemente VIII lo nominò Vicario Generale della Congregazione della Sanità, e fu forzato dall'obbedienza ad accettar questa carica che fu accompagnata da un'altro peso, perché essendosi convocato il Capitolo Provinciale in Napoli, per eleggere il Definitore ed Elettore del Generale, che succedesse al Beccaria, fu a lui conferita questa carica; ed essendo andato a Roma al Capitolo, dove essendo mancati gli elettori delle Province prime come sono quelle di Castiglia, di Tolosa di Francia, di Lombardia, e di Toscana, toccò al nostro Fra Marco di occupare il primo luogo di definitore con sua grandissima mortificazione. Più grave però fu quella che soffri, quando intese che gli elettori volevano nominarlo Generale dell'Ordine. Egli però si impegnò in maniera, che fece svanire questo trattato, e fece cadere l’elezione sulla persona del Padre Maestro Fra Geronimo Xsavierre(1600-1601) Provinciale della Provincia di Aragona. Così egli si liberò, a suo parere da tanto pericolo, e prima di qualche altro intoppo, appena finito il Capitolo si mise in viaggio per tornarsene alla sua Congregazione. Aveva però fatto poche miglia, che per ordine del Sommo Pontefice Clemente VIII fu richiamato, e gli fu conferita la carica di Procuratore Generale dell'Ordine, con special provvidenza di Dio, per aver molto giovato al suo Ordine con questo incarico in particolare impetrando il Breve spedito l'anno tredicesimo del Pontificato di Clemente VIII, già concessi il 04 ottobre 1604, da Clemente VIII con il quale furono confermate tutte le esenzioni, grazie, Indulgenze, e Privilegi concessi al nostro Ordine, tanto da lui medesimo, quanto da passati Romani Pontefici.Era il 1605 de!la nostra salute, 
Anche viuœ vocis oraculo, che fu di molta importanza per la nostro Ordine Religioso. II tenore della vita, che tenne in questo incarico, fu lo stesso che aveva avuto nella Congregazione, senza che le molte fatiche che con se portano i negozi di tutto l'Ordine, ed il dover di continuo andare attorno per quella Città, secondo i bisogni che gli occorrevano, bastassero a farli allentare punto dal rigore della Regolare Osservanza nel vitto, e vestire, negli esercizi di orazione, e devozione. 
Anche col nuovo e prestigioso incarico, indossava sempre abiti di lana, digiunava spesso e non mangiava mai carne. Per di più non andava mai a cena con i nobili della città. Tutti questi atteggiamenti lo posero in contrasto con il generale Xsavierre.
Sempre nel 1605, in occasione della causa di beatificazione di Carlo Borromeo, fu uno dei tredici consultori della Congregazione dei Riti.

Non svolse mai altri due compiti legati alla sua carica e cioè l’insegnamento, di Teologia ala Sapienza, incarico che gli conferiva una rendita di cinquanta Aurei annui, e il discorso di rito che tradizionalmente il Procuratore Generale pronunciava nella cappella sistina all'inizio delle quaranta ore, facendosi sostituire da Fra Domenico Gravina in ambedue i casi.
Sul principio gli parve necessario tenere una muletta, non  fidando di camminare a piedi, stante la sua matura età, e le sue frequenti indisposizioni, ma poi ritenendo che questa fosse inosservanza della sua Regola, e troppo regalo al suo corpo, la mandò in Napoli in dono al suo Convento della Sanità. Era sua consuetudine, ogni anno, dividere ciò che gli avanzava dei trecento scudi che riceveva dal suo Ordine come provvigione, per l’incarico di Procuratore  dei quali egli ne consumava assai pochi, per la parsimonia, colla quale si trattava nel vitto e col vestire, li divideva tra i due suoi Conventi, della Sanità e di San Domenico, del quale era figlio originale. Risplendé molto in questo tempo la luce delle sue virtù, e azioni eroiche tra tutti quei Signori, e Prelati di quella Corte, che lo riverivano, e stimavano come Santo. Anzi lo stesso Sommo Pontefice Clemente VIII ebbe così grande, stima della sua santità, che oltre all'ammetterlo volentieri alla sua udienza e trattenersi con lui a favellare familiarmente per lungo tempo, essendo una volta entrato all'udienza, dopo di lui, il Procuratore Generale del Sacro Ordine della Certosa, gli disse il Papa: “Quel Religioso, a cui ora habbiamo finito di dare udienza, è un huomo di gran santità!”; E questo riferì in seguito con giuramento ai nostri Padri il già detto Procuratore; che fece testimonianza la più grave, e degna, che avere e desiderar si potesse.
Come già accennato, ebbe come suo compagno a Roma, durante l’incarico di procuratore generale, Fra Domenico Gravina, che egli stimava di particolare santità.
Fu intanto assunto il Generale Xsavierre alla Dignità Cardinalizia, e dovendogli far nuova elezione del Generale, corse di nuovo pericolo il nostro Fra Marco di esser caricato con quella pesantissima soma, ma egli rompendo i trattati, e protestando agli amici, che gli avrebbe avuti per nemici se si impegnavano a far sì che l'elezione cadesse sulla sua persona, fece di modo che fosse eletto Generale il Padre Maestro Fra Agostino Galamini. Era il 1608,
Agostino Galamini 1553-1639
Vistosi fuori di quel pericolo, e bramoso della quiete della sua Cella, ne fece altissime suppliche, tanto al Sommo Pontefice, quanto al nuovo Generale, perché accettassero la rinuncia all'incarico di Procuratore Generale, tanto che ottenne la chiesta licenza, e subito quasi insalutato ospite, scarico già di quei gravi pesi, ed onori, che tanto stima il Mondo, si avviò verso Napoli. Fu però nuovo motivo di quella sua tal frettolosa partenza, l'avere inteso che si negoziava alle strette col nostro Generale Galamini
(che in seguito fu Cardinale di Santa Chiesa) che li facesse accettare un grosso Vescovato.
Per sfuggire questo rischio,  di quanti ne aveva già corsi maggiore, quasi fuggendo, senza licenziarsi da alcuno, fuggì non tanto dalla Corte, quanto da gli onori che ivi gli preparavano, per andarsene povero, ed umile a rinchiudersi in una Cella, Religiosa, dove potesse goder la pace della vita contemplativa.
Così egli credeva, ma appena giunto in Napoli nel Convento del Santissimo Rosario della Barra, gli giunsero lettere e patenti del Padre Generale, colle quali lo nominava suo Vicario, e Visitatore della Congregazione osservante di Abruzzo, che in seguito fu eretta in Provincia, sotto il titolo di Santa Catarina.
Compì egli quella obbedienza al solito, con quella puntualità, zelo, e prudenza, che aveva mantenuto negli altri impieghi, e nuovamente si ritirò alla sua solitudine della Barra, ma non la gode molto, perché, come tanto sperimentato nei governi, e zeloso della Regolare Osservanza il Generale giudicò non potere eleggere persona migliore di lui per il Vicariato della sua, Congregazione della Sanità, che già cresciuta, dava speranza di ottima messe, quando fosse consegnata ad un buon villico, che avesse saputo ben coltivarla.
Pareva grave questo peso alle spalle di uno, che per sgravarsi dalle cose esteriori, e da negozi alieni, per attendere all'unico dell'anima, era uscito fuggiasco da Roma, aborrendo gli onori, che da quella Corte gli si apparecchiavano, con lasciare anche l'onorata carica che appartiene al Procuratore Generale del suo Ordine ma a un Religioso che voglia esser degno di questo nome, come era il nostro Fra Marco sembra perdita ogni altro guadagno che sia con discapito dell'obbedienza; Quindi costretto da questa, lasciò le delizie spirituali che godeva nel suo isolamento, ed ogni comodità propria, e piegò il collo sotto il giogo dell'obbedienza ponendosi ad eseguirla con ogni sforzo. E come che vedesse cresciuta nei soggetti, e nei Conventi la sua, poco prima piccola Congregazione, ed anche avanzata nello Spirito, e nell'affetto verso l’Osservanza, e rigore delle nostre Leggi, che erano in quei buoni Religiosi, con tutto ciò in questo ultimo suo Vicariato, si mostrò alquanto austero, non permettendo trasgressione alcuna, di cosa, benché minima dello Regolari Osservanze. E come se egli non fosse già vecchio, malsano, e stanco dai continui rigori, e fatiche sopportate in tanti anni, si ponea a far capo a tutti nei rigori, rendendo di se stesso uno specchio, in cui ciascuno doveva mirarsi, e conformarsi col suo rigore per cui la sua vita parve a quel tempo sovrumana, e miracolosa. Finito però il biennio di questo suo governo, si ritirò di nuovo nel suo amatissimo Convento della Barra, dove ingrassò lo spirito con le delizie della vita quieta, e contemplativa; sino che poi pregato da Padri del suo Convento della Sanità, si ritirò in quellovivendo da suddito, con abbiettissima umiltà, ed apparecchiandosi, come si doveva, per morire, nei sette anni di vita che gli avanzarono in questo stato.
Finora, la vita del nostro Fra Marco è stata in un moto così continuo di fatiche, incarichi di direzione, visite e negozi, improntati però tutti a zelo della Regolare Osservanza, al servizio di Dio, e benencio del prossimo, che non l'abbiamo potuto dare spazio, alle sue eroiche virtù, anzi la penna per non perderlo di vista, è stata costretta a seguirlo volando, per i molti affari, e governi che ebbe dentro, e fuori dall’Ordine; Ma ora che l'abbiamo lasciato quieto, e che colla Maddalena, riposa ai piedi del Crocefisso, mi par tempo opportuno di continuare. E per cominciare dalla Fede che è fondamento di tutte. Era egli così calato in essa, che avrebbe dato mille volte la vita in testimonianza di qualsiasi mistero di questa. Anzi deliberò di andare a predicare l'Evangelo agli infedeli, a Costantinopoli, e espresse questo suo desiderio, quando occupava, a Roma, la carica di Procuratore Generale del suo Ordine. Venne, infatti a sapere che il Padre Generale cercava Frati per mandarli a Costantinopoli, nel Convento che in quel luogo ha il nostro Ordine Religioso, e dopo che ebbe rinunciato all'incarico di Procuratore Generale, supplicò il Padre Generale, che si servisse di lui, per mandarlo in quel Convento, che vi sarebbe andato volentieri, per promuovere in quei lidi le cose della nostra Santa Fede, e non lo spaventava né la lunghezza del viaggio, ne l'età già cadente e inferma; perché tutto ciò lo superava con quella viva fiamma di fede che gli ravvivava il cuore, e l'animava a non temere né più conosciuti pericoli. E se non poté ottener questo, si diede da fare per spingere altri, perché andassero a predicare la Fcde tra le nazioni più barbare. Era grande la gioia che provava per la conversione di qualche eretico o infedele, che, non potendo non manifestarla nel sembiante, fin dove appariva il giubilo del suo cuore. Nasceva in esso quella pia affezione, che portava al simbolo della nostra Fede, e massime al Niceno che si canta nella Messa, e perciò quando sentiva intonarlo, lasciava ogni altro affare, ed andava nel Coro a cantarlo con gli altri e quantunque si trovasse nel momento ad ascoltare le confessioni, lasciava per quel poco di tempo necessario, per compiere con la tenera devozione, dovuta alle cose della nostra Cattolica Fede egli aveva. Voleva anche che questo Credo nella Messa si cantasse tutto, e non a alternativamente, o a versetti  coll'organo, in modo che tutto fosse inteso dal popolo, ed esso avesse potuto soddisfare la sua devozione. Questa medesima Fede lo faceva esser puntuale nelle cerimonie, e alle Osservanze, quanto sì voglia, minime del culto Divino, in particolare del Santo Sacrificio della Messa. Quindi, aborriva, e riprendeva molto coloro, che dicono, o che hanno la consuetudine di ascoltare le Messe brevi, sembrandogli impossibile che si possa assolvere la devozione dovuta a quel tremendo Sacrificio, in così breve tempo. Per ciò, avendo una volta domandato ad un Religioso se era breve, o lungo nel dir la Messa, ed essendogli da quello stato risposto, che si affrettava, o tratteneva, secondo l'occorrenze, o meglio che quando non aveva molto che fare, vi si tratteneva un poco più, ma quando aveva molti negozi, faceva in modo di sbrigarla presto, per assolvere con quelli ; ne lo riprese lui, con dirli : “Oh figlio, e quale negozio è così urgente, che possa compararsi a quello che tratti a quell'ora da solo a solo con Dio, si che ti si possa dar fretta di sbrigarti da questo, per attendere a quello”.
Fù anche in lui sempre verdeggiante la speranza, e confidenza che aveva nel Divino soccorso, e questa lo rendeva non solo animoso, ma imperturbabile nelle più estreme necessità, e nei più gravi pericoli. Vedesi ciò chiaro nel sopra accennato naufragio, che ebbe a patire, quando andò in Spagna per assistere al Capitolo Generale, perché spaventati tutti gli altri, nel vedersi sepolti dalle onde, che, con i volanti cavalloni coprivano la galea, e atterriti nel vedere annegati, e sepolti nelle acque tanti loro Compagni, che navigavano su legni più solidi, egli tutto in confidenza con Dio, animava, e rinquorava i suoi Compagni, invitandoli a ricorrere a quella stella del mare, che con il Sacrosanto Rosazio donato in una tal tempesta al Santo Patriarca Domenico, lo liberò da ogni pericolo, è che lo recitassero né furono vane le sue speranze, e promesse, perché, quando le altre Galee, più solide, restarono sommerse, la sua, più sdrucita, non solo si salvò, ma prima di tutte le altre entrò nel porto di Barcellona. E questa medesima confidenza in Dio, aveva nelle più ardue, e disperate imprese. Quindi, avendo iniziato l’Osservanza con solo tredici Compagni, come si è già detto, e di questi, sei, o perché non potessero tollerare tanto rigore, o per propria incostanza, e instabilità, essendosene tornati ai Conventi di provenienza, davano unanimemente gli altri per svanito il negozio dell'Osservanza, e per perdute tutte le fatiche fatte fino a allora. Solo il nostro Fra Marco, tutto allegro, e costante, diceva a quelli che erano restati: “Padri miei questo è negozio di Dio, in lui dovemo confidare, che, quantomeno più fiacchi, ed indeboliti colla partenza della metà dei nostri , tanto i progressi saranno più grandi e l'opra più perfetta, come uscita non dall'industria dei gl'huomini, dalle mani di Dio”. Ed infatti furono tanti quelli che poco dopo presero l'abito in quella nuova Osservanza, che in breve crebbe tanto il numero dei Frati, che nel solo Convento della Sanitá, giunsero ad esservi di stanza più di cento Religiosi.
Anche la carità, così verso Dio, come verso il prossimo, sempre viva, e ardente fiammeggiava nel suo cuore, a segno che anche nell'esterno si faceva conoscere; E per conto dell'amor verso Dio, ben lo fece chiaro il gran desiderio che aveva, che tutti lo amassero, e il perpetuo sacrificio che di se stesso, e della propria volontà l'offriva ad ogni ora; ed il non aver mai, con la colpa mortale interrotta la prima grazia infusagli nel Battesimo, ma cercato più tosto di aumentarla; E (ciò è la più alta carità che aver si possa) l'ardente voglia di spargere il sangue, e dar la vita per Cristo. Intorno alla carità verso il prossimo, egli principalmente in tanti governi che ebbe, trattò sempre i suoi sudditi, in quel costume che usa la pietosa madre verso i suoi teneri pargoletti, nonostante  che nel suo aspetto, ed a prima vista sembrasse rigido, e molto aspro. In particolare esprimeva questa carità verso gli infermi, per cui sempre o suddito, o Superiore che fosse, andava a visitarli, regalarli, confortarli, e servirli anche ne ministeri più vili. Anzi trovandosi Priore del Convento di Santa Maria della Sanità, venne un morbo in quei Convento, con predilezione nel Noviziato, che manifestandosi con sputo di sangue, dava segno di ethicia del quale stavano infetti trenta Novizi. Non si sgomentò il nostro Fra Marco per questa causa, ma governava quegli infermi con viscere caritative di vero padre, ne perdonando a spese e travagli li faceva stare con tanti regali, che più non potevano desiderare, arrivano anche a prendere a pigione alcune case, in luoghi di buon aria, dove questi infermi potessero essere curati e ricreati.
E’ ben vero, che volevano i medici, che quei religiosi così infermi, si togliessero le camicie di lana. Poiché erano molto pregiudicati da quel morbo, egli non volle per nessuna ragione permettere ciò, essendo esplicitamente contro la regola che dei religiosi portassero il camice di lino, se non ed esclusivamente in caso di lebbra. Allo stesso modo, stando nel suo convento un infermo di ethicia, egli per tre anni continui non fece passare giorno senza che lo visitasse e consolasse, non preoccupandosi minimamente del pericolo di venir contagiato da quel morbo contagiosissimo, per esprimere la carità verso il suo prossimo. Quando comprendeva i bisogni dei suoi prossimi, avrebbe volentieri dato il proprio sangue per sovvenirli. Mentre era Vicario del Convento alla Sanità, venne a sapere, con grande dispiacere, la perdita fatta dai Padri di Santa Caterina a Formello, che è convento del nostro ordine in Napoli, ma della provincia di Lombardia, che gli si era andata bruciata tutta la chiesa e parte del monastero, con tutta la suppellettile ecclesiastica, al punto che non gli era rimasto se non una sola Pareta per dire la messa. Perciò, il nostro Fra Marco, persuase con valide ragioni i suoi Padri e li convinse a mandare a quei frati un calice e tutto il necessario per dire messa. Un altro momento, mentre era Priore del Convento di Somma, venne una tale carestia, si che i poveri morivano di pura fame, perciò, egli ordinò che ad ogni povero si desse ogni gorno un pane e del vino. Anche a quanti non fossero venuti a chiederlo, il tutto tenendo conto che egli non aveva in convento se non una piccola botte di vino bianco.
E così fu fatto, ma Dio volle far conoscere quanto gli fosse gradita questa carità del suo servo, poiché, dopo averne dato a quanti erano venuti a cercare, che erano innumerevoli, e a tutti i religiosi del convento, i quali per lungo tempo, quando credevano che fosse finita, si trovò in essa che il vino fosse moltiplicato, per cui egli disse ai suoi frati: Padri miei, quest’opera di carità piace tanto a Dio che ci ha moltiplicato i vino, a questo punto ci animiamo a farla maggiore.
Era così pietoso verso i poveri, che per sovvenire alle loro necessita, spesso chiedeva le elemosine ai suoi devoti. E se nel temporale era stato tanto caritatevole, molto di più lo era nello spirituale. Fino all'ultimo della sua vita la trascorse a ascoltare confessioni e a ricondurre anime a Dio, incamminandole per la via della perfezione. E perciò godeva che si ricevesero conventi in luoghi piccoli, per il grande utile che si dimostrava verso i poveri di quel luogo, i quali non avevano chi loro facesse copia dei sacramenti o gli spezzasse il pane della Parola di Dio. E lui stesso, anche dopo aver rinunciato alla carica di Procuratore Generale dell’Ordine, si offrì spesso ai superiori, per farsi mandare di stanza in qualcuno di questi luoghi, per esercitarsi nelle Opere di Carità, ed infatti quando non era impegnato in uno dei suoi incarichi, si ritirava nel convento della Barra, non solo per la quiete che li si trovava, ma anche per aiutare quei poveri contadini, scarsi di Padri Spirituali che li avviassero per le vie del cielo.
Mantenne egli, però sempre vivo questo fuoco, perché lo teneva coperto sotto le ceneri dell’umiltà, della quale si videro in lui atti veramente eroici. Né qui voglio riferire ciò che egli patì pazientamente, anzi con gusto e gioia nel cuore, d’ingiurie disprezzi e villanie, senza mai risentirnsene, anzi con l’amare e l’onorare le persone che gliele facevano o dicevano, ritenendosi così vile e da poco che si stimava meritevole di quelli e di maggiori aggravi. Nemmeno dopo aver con tanta buona reputazione esercitato tanti incarichi e occupato posti molto onorati, fino a diventare Procuratore Generale del suo Ordine Religioso, non si scansò dal porre in seguito le mani negli affari più vili, di scopare i chiostri e i dormitori. Essendo persona di tanta gratuità, si sedeva per terra con i novizi del convento come se fosse stato uno di loro; serviva le messe a sacerdoti giovani e nel coro svolgeva quel ministero che era d’uso svolgere ai giovani del convento, con mille e mille atti di profondissima umiltà. A mio giudizio non trovo atto di umiltà più eroico di quando conoscere la propria bassezza, a segno che godesse nell'essere conosciuto e considerato per vile. E questo fu dal nostro Fra Marco portato avanti con tanta costanza e perfezione, che non solo spacciava i suoi natali per vili, ma essendo ingiuriato da una persona e chiamato “Villano”, egli accettò con piacere quelle ingiurie e rispose “Tanto è figlio, verissimo è ciò che dite, che villano io nacqui e villani furono tutti i miei antenati!”.
Essendo andato da lui un Cavaliere Napoletano a chiedergli cosa che egli stimava non convenire di nella misura in cui lui svolgeva la professione. Lui, che diceva di non far conto di tutto il mondo, in cambio di un puntino di giustizia e di gloria di Dio, rispose risolutamente di non volerlo fare. Sdegnatosi quel cavaliere per quella risposta negativa, con ingiurie e minacce sperava di atterrirlo, e indurlo a fare ciò che egli voleva; Ma il Servo di Dio costante nel suo parere rispose che egli ben si meritava tutte quelle ed anche maggiori ingiurie, e villanie, che egli vi aggiunse altro, chiamandosi villano, e cosí povero, che “Nei miei primi e più teneri anni”, egli disse, “per guadagnarmi il pane, fui posto per Servo con un Funaio: con tutto ciò, mi scusi V.S.” egli soggiunse, “che quello che mi comanda, non posso, nè devo farlo”. Vedendolo così duro quel Cavaliere, s’inviperì di maniera, che alzando la Sacrilega destra dentro la Chiesa, dove stavano ragionando, gli diede una tal guanciata, che lo fece andar indietreggiare sino ad un pilastro, che si trovava alquanto lontano, e stava anche per cadere alla violenza di quel colpo. Non si sdegnò, nè si commosse a tal grave affronto il nostro Fra Marco, anzi, come se niente avesse patito, con allegro simbiante, “Figlio!”, gli disse, “Io per me non solo ti perdono, mà ti ringrazio di più, e pregarò il Signore per la tua salute: devo però certificarti, che per questo aggravio fatto ad un Religioso, e Sacerdote, riceverete grave castigo da Dio, e mi dispiace di dirlo, ma così conviene per util vostro. Sappiate dunque, che in seguito lunga infermità di ethicia, dalla quale hor hora sarete assalito, morirete fra sei mesi da hoggi e la robba della vostra casa, vogliate, o no, sarà di questo Convento”.
Tanto, egli disse, e tanto appunto successe, perché entro sei mesi, quello morì ethico, e dopo di lui morirono altri due suoi fratelli, si che tutta la loro sostanza restò ad un'altro loro fratello, che si trovava Religioso dell'Ordine, ed in conseguenza al Convento della Sanità, del quale era figlio .
Fu anche grande la rettitudine della giustizia, che osservò sempre, senza ammettere accettazione, o eccezione di persone, in tutto il tempo che egli governò, che fù la maggior parte di sua vita, onde non volle giammai conceder cosa a persona, a cui, secondo la giustizia non si dovesse, contentandosi più tosto di perdere qualsivoglia grado, che mancare un punto di ciò che stimava giusto. Quindi mentre il Generale dell'Ordine Fra Agostino Galamini (che in seguito fu Cardinale di Santa Chiesa,N.1553, M.1639), nel 1609, visitava la Congregazione della Sanità della quale il nostro Fra Marco era allora Vicario Generale, volle far Priore di un Monastero un padre di buona vita, ma di zelo troppo ardente, e perciò disordinato per cui questo Servo di Dio, conoscendo che quel padre non era appropriato per  quell'incarico, si oppose al Generale, affermando che quel soggetto non si doveva porre a quell'incarico, perché sarebbe stato di molto danno, e disturbo a quella, comunità. Parve al Generale che il nostro Fra Marco dicesse tutto ciò per risentimento, o passione che avesse contro quel padre, il quale per altre informazioni che ne aveva avuto, non solo era buono in se, come lo confessava anche Fra Marco, ma anche per quell'incarico che gli negava il Servo di Dio: per cui assolvé lui dall'incarico di Vicario Generale della Congregazione, e ciò fatto, istituì di propria autorità quel Padre Priore del Monastero, che aveva prima domandato. Ricevé il Servo di Dio questo, che agli occhi del Mondo parve un affronto, non solo con cuore, e volto sereno, ma con tal contentoche non voleva che altri lo compatisse, o chiamasse aggravio, quello che egli stimava sommo guadagno: non poté però trattenersi di non dire al Generale, che entro breve se ne sarebbe pentito, e sarebbe stato forzato ad assolverlo dall'incarico. E così, infatti, accadde, perché per lo zelo soverchio ardente di quel Padre vennero tali disturbi e inquietudini in quella comunità, che il Generale fu costretto a deporlo dall'incarico, come aveva detto questo Servo di Dio il quale perciò fu stimato sempre per uomo di gran santità, e dopo la sua morte, trovandosi lui Cardinale, stimò, come un gran tesoro, uno suo scarpino, che teneva come preziosa reliquia.
In particolare però risplendeva nell'Osservanza delle sue Regole, Costituzioni, e voti cominciando da questi. Non vi è dubbio che facendo, con questi trè voti, il Religioso perfettissimo olocausto di se stesso al Signore, mentre gli dona il suo avere colla povertà, il suo corpo colla castità, ed il suo volere con l’obbedienza, niente deve restare di se stesso in se stesso, ma tutto deve farlo di Dio. Questo, appunto, dal momento che professò, si impose di fare il nostro Fra Marco, che fu così puntuale nell'obbedire ai cenni dei  suoi superiori, che nell'uscire dalla sua vita poté poi dire, che per i cinquantasei anni che aveva portato l'abito non aveva giammai contraddetto, o replicato agli ordini ed obblighi dei suoi Superiori, né pensato ad altro, quando gli erano impartiti, che ad eseguire quanto li veniva ordinato. Quindi tante volte, appena rifugiatosi nel Convento della Barra e cominciato a gustare la dolcezza di quella, quiete, e solitudine, altrettante con eroica obbedienza se ne privò, sottoponendo il collo a gravissimi pesi dei governi, e di dover sostenere gli altri. E a questo proposito egli era solito dire, che “Quando alcuno si fa Religioso, si pone in croce con Christo, e che questa Croce è l'obbedienza, quale, insieme collo stesso Christo, deve portare sino alla morte”. Mostrandosi ancora sempre tenace amante della povertà, vestendo sempre abiti grossi, e vili non aborriva neanche di portarli laceri: e nella sua cella non teneva altra suppellettile che pochi libri, e alcune immagini di carta. Quanto alla castità, si stimò che egli morisse vergine, perché il suo Confessore, che I'aveva ascoltato per molto tempo, e poi, nella fine della vita ascoltò la confessione generale che egli fece di tutta la vita sua, disse dopo la sua morte, che; “Non aveva giammai commessa colpa mortale, ma conservatasi la stola della battesimale innocenza, e perciò conservò florido e verdeggiante il giglio della sua verginità : la quale fori del matrimonio, non si può perdere senza colpa mortale”. Infatti si manifestava palesemente il suo pudore verginale, quando aveva da trattare con donne, il che avveniva solo nel confessionale, o in occasione di gran necessità; gli saliva il rossore sulle guance, e fissava gli occhi in terra, senza mai sollevarli a mirarne alcuna in faccia. E questa modestia mostrò anche in altre occorrenze, per cui non potè mai alcuno, per gran familiarità che con lui potesse avere, vantarsi di averne mirata parte alcuna del suo corpo nudo, dalla faccia, e mani in poi; nè fu mai dalla sua bocca udita parola meno che onesta. Ma che gran fatto che fosse così osservante delle cose gravi, ed essenziali della Religione, chi era così puntuale nell'Osservanza delle minime, e accidentali; Nè qui citerò i lunghi digiuni; la perpetua astinenza dal mangiare carni se non in occasione di infermità, del vestir lana sulla carne fino alla morte, quanto si voglia stesse gravemente infermo, dei rigorosi silenzi, e delle prolungate vigilie: ma parlo di quelle cerimonie, che sembrano di nessun conto, come del bere con due mani, e col cappuccio, e seduto: delle inclinazioni, e di altre simili minuzie delle quali il nostro Fra Marco faceva così gran conto, come altri farebbero dei più importanti precetti :tutto il suo comportamento era indirizzato, a conformare ogni sua azione al tenore della Regola, e non far passare cosa nella sua vita, che non fosse adeguata alla misura delle sue Costituzioni. Quindi, perché era sempre intento al decoro, e perfezione della Regolare Osservanza, nei lunghi viaggi che agli fece, andava Convento per Convento, osservando fece vi era cosa particolare di Osservanza, con che moderare i costumi suoi, o della sua Congregazione. Testimonio di ciò sono le lettere, che egli scrisse da Valenza al Priore della Sanità, nelle quali, dopo aver lodato la regolare Osservanza dei Religiosi di Spagna, segnala alcune cerimonie e cose assai minime, accennate dalle Costituzioni, e praticate nei Conventi di Spagna, quali, prega il detto Priore, che ponga in uso anche nel suo Convento, e Congregazione.
Non solo era con se stesso così puntuale, ma anche della altrui vita e azioni era zelante. Ed eccomi, o mio Lettore, aperto il campo delle glorie maggiori di questo Servo di Dio, la cui vita fu un continuo travaglio, e martirio, per mano, non di altri tiranni, che di amore e del zelo della regolare Osservanza, é dell'onor di Dio. Ora chi può riferire quanto egli faticasse, e patisse, per stabilire l’Osservanza, non solo nella sua, mà anche in altre Congregazioni Religiose, quali, come si è detto, visitò per ordine del Sommo Pontefice Clemente VIII e quanti pericoli egli passasse? e quanti travagli sostenesse nel Visitare la Provincia di Calabria per ordine del suo Generale,
Clemente VIII
Cadde per due volte in rapidissimi fiumi, e a gran fatica, con l’aiuto dei suoi Compagni e di altri che lo soccorsero ne usci colla vita Cento e mille altre volte si vide tra le fiamme dello sdegno dei nemici dell'Osservanza che egli cercava di stabilire Visitando un Convento di certa Ordine Religioso (quale per buoni rispetti non si nomina) un Religioso, al quale dispiacevano le strettezze che il nostro Fra Marco introduceva in quella casa, sentendosi da lui, benché caritativamente riprendere, avvampò di tanto sdegno contro di lui, che andatolo a trovare nella Cella dove stava, da solo a solo, vomitò da principio contro lui torrenti di ingiurie, e villanie e come il Servo di Dio Gaudebat pro nomme Iesu contumelilam pati, nè si muoveva punto per quelle parole, l'inferocito Religioso passando progressivamente dalle parole a fatti, alzando un bastone, che con se a tale effetto portato aveva, cominciò con esso a percuoterlo. Si Inginocchiò allora il Servo di Dio avanti al suo percossore, mostrandosi pronto a ricevere tutti i colpi e le percosse, che quello dargli volesse per cui, esso, confuso e compunto da tanta pazienza, e umiltà quel temerario, si butto ai suoi piedi, chiedendoli umilmente perdono che dal Servo di Dio, gli fu molto volentieri concesso con che quel Religioso da quel momento in poi divenne molto amico dell'Osservanza, e del nostro Fra Marco che la promoveva. In un'altro Convento era stato ricevuto per Visitatore con qualche apprensione dei sudditi, che non l'avrebbero voluto e mentre egli voleva restringere alcuni, che avevano vecchi trascorsi nella rilassatezza dovuta più a secolari più che a Religiosi, concepirono perciò grande odio contro il Servo di Dio, al punto che si proposero di avvelenarlo. Il giorno però stabilito per tale effetto, passò il Servo di Dio tanti disgusti, per conto dell’Osservanza che cercava di stabilire, che essendo venuto il suo Compagno a chiamarlo, perché andasse a cena, non volle andarvi; e mensa c’era chi pensava che rifiutasse di andarvi, poiché gli fosse stata rivelata la morte organizzatagli in quella cena, appoggiati a quello che egli rispose al Compagno, che lo andò a chiamare, al quale disse. “Non voglio cenare, perché non voglio mangiar più veleno, bastandomi quello che nò preso oggì con tanti disgusti che ho avuto”; Certo è che per special provvidenza di Dio, fu preservato da quella morte, perché avendo il suo Compagno mangiato di quei cibi, si vide poco dopo assalito da dolori mortali, e benché riuscisse a scampare alla morte grazie alla somministrazione di rimedi, ed antidoti e più ancora alla robustezza, e gioventù nella quale si trovava; se ne mangiava il nostro Fra Marco, che era vecchio, e di complessione consumata dalle penitenze e fatiche, senza dubbio sarebbe morto.
Tra questi, ed altri infiniti pericoli, travagli, sudori, ingiurie, e persecuzioni sempre, forte costante, ed imperterrito, solea dire: 
Causam Dei agimus, et si Deus pro nobis quis contra nos; Ed in vero sempre trionfante, e vittorioso della debellata e abbattuta dissoluzione, fece, non solo nel suo Sacro Ordine, ma in altri ancora, rifiorire l'antica Osservanza, in modo tale che pareva fossero risorti e tornati a nascere quei primi spiriti fervorosi che l’avevano fondata. Ed ora che vittorioso l'avevamo considerato, sarà bene che lo portiamo a trionfare nel Campidoglio del Cielo.

La Morte in odore di santità

Era già questo Servo di Dio entrato nell'anno settantaquattresimo dell'età sua, e cinquantaseiesimo della sua entrata nella, Religione, quando, per cumulo dei suoi meriti, fu sovragiunto da una dolorosissima infermità. Una forte ritenzione di orina. E come gli era stato rivelato, che quello doveva essere l'ultimo fuoco, col quale doveva purgarsi l'oro del suo spirito, per esser in seguito, come finissimo, riposto nella tesoreria del Cielo.
Egli già al principio dell'anno 1616, aveva detto a molti suoi confidenti, che quello doveva essere l'ultimo della sua vita, quindi, vedendosi assalito da quell'infermità, che era tanto dolorosa, al punto che poche nella pena la possono eguagliano, e nussuna forse la supera, ringraziò il Signore, che gliel’avesse mandata quella Croce, perché in essa morisse Crocifisso.
Prima di porsi nel letto, volle andare a licenziarsi dalla Chiesa, dove prostrato avanti al Santissimo Sacramento, lo ringraziò che per i tanti anni che gli aveva conservato la vita in compagnia di tanti suoi veri Servi; in seguito gli chiese perdono di tutti i suoi peccati, ed imperfezioni, e per ultimo gli offri la sua vita, il suo essere, e tutto se stello riponendosi e rassegnandosi totalmente nelle mani del suo Creatore.
Ciò fatto, si licenziò dai Religiosi suoi amici, affermando a tutti, con volto così festoso, che mostrava la gioia del suo spirito, esser già arrivata la fine della sua vita, e pellegrinaggio. così si ritirò in Cella, e pregò l’infermiere che in quei pochi giorni che gli avanzavano di vita, non lasciasse entrare alcuno a visitarlo, se non i Medici, ed i Religiosi del suo Convento, i quali pregò, che se volevano consolarlo colle lor visite, non discorressero in sua presenza di altro che di Dio, e della Celeste Patria, la quale sperava andar presto a godere. Né volle ammettere i suoi parenti, se non un suo nipote due volte, al quale diede la sua benedizione, e l'esortò all'acquisto delle virtù Cristiane.
Crescevano i suoi dolori, e a proporzione di essi cresceva in lui, non solo la pazienza, ma anche la gioia, perché vedeva avvicinarsi la meta del suo cammino. Non volle in quell'estremo momento rilassare il suo rigore, giacendo sulle lenzuola di lana anzi volle aspettar la morte, vestito con tutto l'abito della sua Ordine Religioso. E ad alcuni Padri che gli dicevano, che ben si poteva porre le, lenzuola dato che la nostra Regola permette che siano usate nell'infermità, egli rispose “E’ciò vero, nondimeno che non conviene ad un Cristiano, non che ad un Religioso, morire, se non sopra cenere e cilicio, ma non essendomi ciò permesso, desio nondimeno morire tra queste ruvide lane”. Recava molta edificazione, il vedere con che umiltà e gratitudine ringraziava quei Fratelli Conversi, che lo servivano, stimandosene indegno; Che un misero villano, egli diceva, sia stato degno, non solo di essere annoverato tra Servi di Giesù Christo, ma di esser servito da essi, è cosa che mi confonde, e mi fa uscire da me stesso.
Aggravandosi ora per ora l’infermità ed i dolori, lui diceva :”Hic vere Domine, hic seca, hic non pareas, ut in aeternum pareas”.
Ed in questo si risolvevano tutti gli “ahi”, ed “ohimè” dei suoi sospiri,e tutti i sensi dei suoi lamenti. Con tutto ciò, benché aggravato da così tremendi dolori, non volle mai lasciare di recitare tutto il Diurno incarico, e quello della Santissima Vergine, e anche quello del mezzo ogni giorno, come aveva fatto per tutto il corso della sua vita. E quando giunse vicino alla morte, a tal punto che non aveva più forza di parlare, volle che due dei suoi Religiosi, recitassero alla sua presenza, quegli offizi, e le orazioni, stando egli in tanto applicato ad ascoltare le lodi del suo Signore. Mandò il Priore di San Pietro Martire il Noviziato di quel Convento a visitarlo, mentre era già vicino alla morte, a chieder la sua, benedizione, ed egli, vedendo quelle piante novelle, a imitazione del Santo Patriarca Domenico, gli fece una devota pratica, esortandoli con gran fervore di spirito alla Religiosa Osservanza  ed allo zelo della salute dell'anime che era lo scopo per lo quale il Santo Patriarca Domenico aveva istituito il suo  Ordine.
Quindi vedendosi già vicino a dover passare da questa valle e di lacrime, per andare al luogo dei sempiterni contenti, domandò e prese con inesplicabile devozione i Santissimi Sacramenti, e fece, con voce intelligibile, le proteste solite a farsî in quel punto. In seguito volle la candela benedetta del Santissimo Rosario, e che con alta, e chiara voce gli fosse recitata la Passione del Signore trattenendosi egli in quelle devote considerazioni. Poi fece segno che cominciassero la raccomandazione dell'anima : e notarono i Padri, che entrando egli nell'agonia, si fece una gran mutazione nel suo volto che da ruvido, ed aspro si andò addolcendo, e facendo bello, si che in seguito spirato, parve che l'anima avesse comunicata al corpo qualche parte della sua gloria.
Spirò egli il 15 di Marzo dell'anno 1616. Che era il settantaquattresimo della sua età, e che era generato nella Religione il cinquantaseiesimo.

Il commiato del popolo

Appena colla campana si diede il solito segno della sua morte, si vide una gran commozione di popolo, e Nobiltà in questa gran Città di Napoli, concorrendo tutti a gara giungere a venerare il suo corpo,ed ad arricchirsi di qualche sua reliquia, e ciò con tale importuna avidità, che i Padri ebbero assai da fare per liberarlo dalla troppo ardente, e perciò indiscreta pietà del popolo, che di primo quasi subito gli tolsero a pezzi quante vesti portava, addosso. Nuovamente vestito, colla stessa furia fu di nuovo spogliato, anzi passando più oltre la troppo indiscreta devozione dei fedeli gli taglio la maggior parte dei capelli, e peli della barba: e vi si rischio che non facessero addirittura in pezzi anche il suo corpo come in effetti vi fu uno, che con un coltellino gli troncò l'unghia di un dito del piede destro, dalla cui ferita nonostante che fossero trascorse molte ore da che egli era morto, uscì vivo, e vermiglio sangue. Perciò, per liberarlo dallo scempio degli indiscreti lo portarono in una Cappella, difesa da grossi e alti cancelli di ferro, dove per soddisfare la devozione della Città, che venne tutta a venerarlo, lo tennero i Padri quattro giorni insepolto, mantenendosi in tutto questo tempo il suo corpo, non solo incorrotto, mi colle membra_, trattabili, e pieghevoli, e colla carne vivida, e rubiconda dalla quale invece di puzza, ed orrore, traspirava soavissimo odore, che ricreava coloro che gli si avvicinavano. Così trà gli applausi universali del popolo che lo acclamava per Santo, fu il suo corpo sepolto nella Cappella del Santissimo Nome di Gesù, di cui egli vivendo era stato devotissimo.
Lapide di Marco Maffei
In diverse occasioni i Padri, ebbero occasione di verificare che il suo corpo nonostante che fosse stato sepolto in luogo umido, ed in parte dove passava un canale di acqua, si conservava incorrotto, e trattabile, senza emettere cattivo odore, non solo dopo trentaquattro giorni, che fu la prima volta che di ciò si avvidero, ma anche in seguito, dopo tre mesi, e poi nuovamente dopo nove mesi, avendo mutati i peli, e capelli della testa, e barba che erano bianchi, in rossi, e biondi.

Presto davanti alla sua tomba iniziarono ad accumularsi numerosissimi ex voto, in prevalenza fiaccole e tavolette, in riconoscimento palese delle numerose grazie e aiuti ricevuti.
Il dotto Cesare Eugenio Caracciolo, così ne parla: Noster Frater Marcus de Marthenisio Procurator generalis Ordinis, qui iugum Domini in Religione, ab adoloscentia, oesque ad annum 74, uniformeter , et ecacte, et indefesse portavis.
Cum sanctatis oppinione moritur, et clarus mundo exitit, qui se ipsum quoque, a se ipso occultavit. Neapoli tumultus est, in cenobio Sancta Maria Sanitatis, eius vita, et signa, Neapoli Ordinario processu sunt examinata
Padre reverendo Fra Serafino Sicco, durante il capitolo del Portogallo:
In provincia Regni, in Conventu Sancta Maria Sanitatis de Neapoli, Congregazionis Reformata, obijt Rev. Magister Frater Marcus de Marthenisio, unus ex prasata Congregationis institutoribus, qui toto vita decursu Costitutionum nostra, euslos fuit exactissimus

I miracoli

Onorò il Signore questo suo Servo in seguito che fù morto, non solo in Cielo, ma anche in terra; e perché in lui vivo, era stato grande lo zelo per la salute delle anime, e perfezione Religiosa, volle Dio intorno a questo manifestare la sua gloria facendolo apparire glorioso a molti, e darsi rimedi per salvar l'anime loro, ed acquistare la perfezione. così poco dopo la sua morte, comparve glorioso a una Monaca di certo Monastero di questa Città di Napoli alla quale, dopo avergli riferito gli onori, che aveva ricevuto in Cielo, gli comandò che in suo nome avvisasse il suo Confessore, che era ormai tempo si avverasse quello, che, mentre era stato vivo gli aveva promesso, cioè di emendarsi di alcune imperfezioni, e migliorar la sua vita. Un'altra volta comparve alla stessa Monaca, accompagnato da Santa Maria Maddalena, e da San Lorenzo, e gli comandò che in suo nome dicesse a un'altra Suora di quel Monastero, che cessasse dal commettere alcune imperfezioni e dopo avere a lei dati molti salutari documenti, parlò della sua, gloria: “Io vedo Dio con ineffabile contento, che nasce dalla cognizione delle Divine perfezioni”. E così dicendo, quasi volesse darli un saggio della sua gloria, gli fece vedere una, gran luce esteriore, e sensibile. Questa medesima Religiosa, che aveva gran fede in lui, era ricorsa alla sua intercessione per una sua Compagna inferma: ed egli essendogli comparso, gli disse, esser volontà di Dio che quella Suora morisse di quella infermità; ed infatti, nonostante che i Medici dicessero non essere quell'infermità pericolosa, in pochi giorni se ne morì . C’era nello stesso Monastero un’altra Monaca, molto angustiata da scrupoli e tentazioni: per cui ricorse all'orazione, e si raccomandò di cuore a questo Servo di Dio, e in questo si sentì astrarre dai sensi, e vide il Servo di Dio, che gli disse: “Figlia osserva ciò che io ti dico, e starai quieta; Delle cose di questo Mondo contentati sempre del meno, e del peggiore; non camminare per gli estremi, ma per il mezzo; ne ti diano noia le tentazioni, aridità, o difficoltà che incontrarsi nell'esercizio della virtù; perché la presente vita è un continuo combattimento, massimo per i Servi di Dio; ancor io sono passato per questo, ed hora ne godo il premio, e ne ringrazio il Signore”.
Dopo aver detto ciò, pose la sua destra sul capo della travagliata Monaca, e facendogli il segno della Croce, gli disse.
Sia il tuo cuore sempre puro e santo”. 
Detto ciò sparì, restando quella Religiosa piena di gioia spirituale, e di pace interiore, diletto e facilità in tutti gli esercizi di mortificazione e di obbedienza, che prima gli erano molto difficili, restando libera da tutte le tentazioni, e ripugnanze, che sentiva nella vita spirituale.
Si trova a Napoli, aI tempo della morte di questo Servo di Dio, una persona Religiosa, che aveva durante dieci anni combattuto di continuo con una veemente tentazione sensuale, e in tutto questo tempo castrando la carne, ed il suo senso contro lo spirito, non gli aveva permesso nemmeno
un'ora di tregua, anzi 1’assaliva talora con tal violento impeto, che si vedeva spesso in pericolo di restare abbattuta. Gridava ella, alzando gli occhi, e le mani al Cielo, perché da la venisse il suo soccorso, e la liberazione da tanti suoi mali: mà, come se il Cielo fosse divenuto di bronzo, o di diamante, o come se i Celesti abitatori fossero sordi non glí veniva da quella parte giammai un minimo conforto ,anzi quanto più cercava alleggerimento alle sue pene, tanto più crescevano i suoi tormenti, colle tenebre dell'intelletto, e colle aridità, e desolazioni, tra le quali non, vedeva giammai spuntare un minimo raggio di lucc, ne provava l'anima sua senso alcuno di devozione, col quale si potesse alquanto consolare. Così, quasi su l'orlo della diffidenza, e disperazione, si trovava a rischio dell'ultima sua rovina, quando intese la fama della santità del nostro Fra Marco, che veniva da tutti riverito, e visitato nella sua Chiesa di Santa Maria della Sanità per cui pensò di avvalersi della sua intercessione, e con tutto il cuore a lui revolto: “Padre Fra Marco”,
gli disse, “se siete così gran Sánto, e potente nel Cielo, come questo popolo vi acclama, ed io lo credo, movetevi a pietà del mio misero stato, ed impetrate alcun soccorso, o triegua
almeno a miei mali”. così egli pregò, ed in quel medesimo momento; Refusa Liquerunt luce
tenebra, luminibus que prìor redijt vigor, et facta est tranquillitas magna, dissipate le densissime tenebre che gli tenevano incatenato l'intelletto,
Spuntò chiarissimo il sole, che rischiarandosi l'intelligenza, fece insieme provare alla sua volontà quegIi ardori, che tri i ghiacci dell'aridità, sembravano completamente estinti.
 E con questo il suo spirito trovavasi in tranquillissima pace, obbedienti alla ribelle sua carne per cui da ella vista tale veloce mutazione, non potè contenersi dall'esclamare, e dire: ”Veramente Padre Fra Marco voi siete un grande Santo”.
Pure come ìl Signore gli aveva fatto venire quella tentazione, e tribolazione per mantenerla umile, e con ciò arricchirla di meriti, non volendo il nostro Fra Marco privarla di quelle corone, che gli venivano da quelle stimate spine, ma che in fatti erano pregiatissime rose, dopo qualche tempo fece in modo che gli tornassero le medesime tentazioni, ed aridità per cui vedendosi quella persona ricaduta in quei mali, che tanto prima deplorava, con somma afflizione del suo spirito, ricorse di nuovo al suo consolatore, e prostrata avanti al suo sepolcro, gli domandò con tutto il cuore, che gli impetrasse la liberazione da quei travagli. Mentre così pregava, senti chiarissimamente parlarsi al cuore dal Servo di Dio, e dirsi “O Figlio, queste mutazioni e desolazioni che ora ti affliggono tanto non sono altro che grazie, e favori, quali ti concede il Signore. Oh che meriti ! Oh, che corone, oh che tesori, con ciò ti acquisti! Dunque animo, e pazienza, perché al premio, e al trionfo, non si viene, se non per mezzo delle pericolose battaglie". Con che restò colui tanto consolato, ed animato a combattere, che da allora in poi, conformato sempre al Divino volere, e rassegnato al Divino beneplacito, soffriva i furiosi assalti delle più odiate tentazioni.
Più meraviglioso fu ciò che avvenne a Tommaso Morciano, il quale, oltre all'essere stato per molti anni schiavo di Satanasso, moltiplicava con nuovi enormissimi peccati, che alla giornata commetteva,di continuo le sue catene e quel che in lui era peggio, fingendo di sciogliersi nel tempo di Pasqua, aveva per molti anni sacrilegamente più annodata la sua coscienza, facendo volontariamente invalide le sue confessioni, così perché nascondeva al Confessore i suoi peccati più gravi, come perché non aveva intenzione di emendarsi: per cui l'anima sua, come non solo morta, ma putrefatta altresi, e marcita. tra le sozzure di tante colpe, non più sentiva quegli stimoli e quei rimorsi, che la Divina pietà lascia, per il insinuarsi nelle coscienze dei peccatori. Perciò appariva disperata la salute di quel meschino quando essendosi sparsa per la Città la fama della santità, e miracoli del nostro Fra Marco, mentre tutti concorrevano a venerare quel benedetto cadavere, volle venirvi anche Tommaso, mosso più dalla curiosità di vedere con gli occhi ciò che sentiva raccontare, che da pietà, o devozione, quali da molto tempo aveva già bandite dal suo cuore. così venne alla Chiesa di Santa Maria della Sanità mentre il corpo di questo Servo di Dio non era ancora sepolto, ma stava ivi esposto ed nel vederlo Tomaso, come se a quella vista gli fosse caduto un velo che stava davanti agli occhí, ed infusa nuova luce all'anima, venne a mirar se stesso, e si avvide della sua miserabile, ed infelice condizione. Provò allora il peso delle catene che lo imprigionavano, senti le punture della coscienza e vide il sozzo fango, nel quale per tanto tempo era stato immerso.
 Inorridì alla considerazione di tanti mali in che si trovava, onde facendo divenire i suoi occhi due vivi flussi di lacrime, genuflesso avanti a quel cadavere:
 “Padre mio!”, dal più intimo del suo cuore esclamò, “deh cavami della mia miseria e già che siete così potente appresso Dio, impetratemi che, coll'onnipotente sua grazia, voglia liberarmi da stato sì miserabile in che mi trovo”.
Così pregò e tornato a casa, come già si era avveduto della sua miseria, non poteva da essa allontanare il pensiero e mentre afflitto, pensava ai lacci con i quali l'aveva tenuto tanto tempo schiavo incatenato il Demonio, si vide avanti il Servo di Dio, che con sereno volto, con affabile e piacevole voce lo animò a implorare dalla Divina misericordia il perdono delle sue colpe, esortandolo anche a confessarle tutte interamente, e ad emendare la sua vita. Con che restò quel peccatore così contrito, e disposto alla penitenza, che appigliatosi a quel salutifero consiglio, confessò per intero i suoi peccati e fece tale mutamento di vita, che dove prima era lo scandalo, in seguito ci fu lo specchio, e norma della Città.
E se questo Servo di Dio nel primo ingresso che fece nella Corte del Cielo, fù tanto potente presso il suo Signore, che gli fece adoperare i maggiori sforzi dell'Onnipotenza, che tali sono le conversioni dei peccatori ostinati, chi potrebbe meravigliarsi, del fatto che chiedesse così tante grazie, e salute corporale a suoi devoti che lo invocavano? E grande la rettitudine di quelle che sviscerarono durante il processo, formato nella Corte Arcivescovile pochi mesi dopo la sua morte. Nè io mi impegno a riferirle tutto, basterà accennarne solamente alcuni. Suor Brigida Monaca nel Monastero di Santa Maria Succurre Miseris di questa Città, e Suor Ippolita Bartolomia Palermitana, e Domenico Grisone, maltrattati da mal di gola, a segno che la prima, perduta ogni speranza di vita, aveva già ricevuto gli ultimi Sacramenti; e negli altri, serrato il passaggio dell’alimento, si vedevano morire con due crudelissime morti, estenuati dalla fame, e strangolati dal morbo; si raccomandarono al Servo di Dio, ed in un subito ritornarono libere, e sane.
Salvatore Calabritto e Donna Isabella Portocarrero, assalite da febbre molto alta, si trovarono in manifesto pericolo della vita. Avendo, però, applicato sul luogo del dolore, una particella della veste del nostro Fra Marco, ritornarono sani. Don Cornelio Suardo, Raffaella Cuollo, e Maria Dragolea, con febbre, e flussi di sangue, furono a rischio che insieme col sangue, non avesse da loro a fuggir la vita, ma un pezzetto della veste di questo Servo di Dio, con devozione da loro toccata, gli valse per argine e fermo riparo alla vita, che già fuggiva, tamponando anche l'uscita del sangue, e facendoli restar sani. Romanese Roderico, e un fanciullo di sei anni, caduti, quegli sul pavimento da un'altezza di ventiquattro palmi, e l’altro in una fossa profonda venticinque palmi, si trovarono senza alcun danno, perché nel cadere si erano ricordati di questo Servo di Dio, e l'avevano invocato in suo aiuto. Un fanciullo appena nato, ed un'altro di undici mesi, mancò poco di venire in braccio alla morte per ritenzione di urina, e più di tutti e due il primo, in cui non apparivano disposti gli organi, e meati, per i quali è solita la natura, mandar questi escrementi; Ma applicando un poco dell'abito di questo Servo di Dio al primo, si formarono subito i meati convenienti, per i quali dando fuori quegli escrementi, restò sano; Ed al secondo in seguito undici giorni di questa ritenzione, contro ogni legge di medicina, orinò, e restò sano, con l’avergli solo applicato la detta particella di abito. Filippo Stendardo ferito così gravemente in testa, che i Chirurghi gli avevano da questa cavato molti pezzi di osso, e disperato per la sua vita. Onofrio di Aponte, ferito anch'esso su un ciglio con una tale grande apertura, che erano stati intaccati i muscoli, per cui i Medici affermavano che egli sarebbe rimasto privo della vista da un occhio. Nonostante ciò, Essendosi fatto legare sulle ferite un poco della veste di Fra Marco, il primo fu subito fuor di pericolo, e in breve tempo sanato; e il secondo in sole ventiquattro ore guarito totalmente, e senza lesione della vista. Anna Gomez Gaetana, vicina al parto, essendogli messa di traverso la creatura, correva, insieme col feto, pericolo di vita; Ma postasi sul ventre una particella della veste del nostro Fra Marco, cessarono subito i dolori, e partorì un figlio maschio, al quale, in memoria del beneficio ricevuto, volle fosse chiamato Marco. Vittoria di Lavasito, vicina al parto, pr l’angustia, e strettezza della matrice, e dei meati, attraverso i quali doveva uscire il feto, fu dalla levatrice e da Medici stimato impossibile  poter scampare alla morte, perché doveva, o morire insieme col feto, o cavar questo, con l’aprire il ventre alla madre, e con ciò accelerargli la morte; per cui, trovandosi in tale manifesto pericolo, si raccomandò di cuore a questo Servo di Dio, che apparendogli, come ella aveva desiderato, la rassicurò della vita: e venuta l’ora del parto, applicando al ventre una particella del suo abito, con grandissima facilità diede il feto alla luce. Geronimo Pelliccione Medico, e Camilla Maffei, impossibilitati a camminare a causa della gotta arterica erano condannati a giacere perpetuamente, inceppati tra acutissimi dolori nel letto, ma essendosi applicata sul male un poco di lana dell'abito di questo Servo di Dio, immanentemente furono liberi da quella così dolorosa infermità, con meraviglia dei circostanti, che fu tanto maggiore, in quanto Camilla era stata dieci anni interi, senza nemmeno potersi muovere per il letto. Alfonso di Concilio, era stato per tre anni interi bloccata ai piedi senza poter camminare, se non colle crocchie; ma raccomandatosi all'intercessione del nostro Fra Marco e promesso di portare un voto al suo sepolcro, subito si senti sano; perciò buttate via le crocchie, poté correre con i suoi piedi al sepolcro del Servo di Dio a sciogliere il voto. Chi potrebbe una per una riportare tutte le grazie di sanità, dei dolori artritici, al fianco, di testa, di denti? Quante febbri acute e putride? Quante liberate da parti pericolosi, quanti preservò dalle cadute e finanche dalle tempeste, e da quanti altri mali egli abbia liberato i devoti, con l'invocazione del suo nome, o con l'applicazione di qualche particella delle sue vesti? Persino colla terra raccolta da sotto il suo sepolcro si che a ragione possiamo dir di lui, ciò che degli apostoli disse l'aureo Crisostomo: Sudaria, et vestes eius stillabant medicinam.
Nel 1620, apparve a suor Eufrosina del Balzo, insieme al suo confessore, Padre Lonardo Fusco, fresco deceduto e confessore anche della religiosa,  e, su comando di quest'ultimo,  effettuò il segno della croce sulla gola della religiosa guarendola da un violento e soffocante dolore. La avvisarono che non credesse che fossero finiti tutti i suoi dolori e affanni, ma che da allora in poi sarebbero stati costanti e che avrebbe dovuto offrirli come pegno al signore, detto ciò scomparvero.
Nel 1625 il culto popolare per persone non ancora elevate agli onori degli altari, fu regolamentato dal Sant'uffizio, per cui si provvide a eliminare dal suo sepolcro ogni simbolo e ex voto dei miracoli avvenuti. Per chiedere una deroga, il 26 aprile del 1625 fu inviata dai rappresentanti della municipalità una lettera per chiedere una deroga.
Il 14 Maggio 1654, come scrive il vescovo di Pozzuoli, Domenico Maria Marchese, giorno dell'ascensione, dovendo trasferire il suo corpo in altro luogo della stessa cappella, con l'intervento del Monsignor Vicario Generale, sua Eminenza Cardinale Filomarino, dalla cassa di piombo, dov'era il sacro deposito, non solo usciva soavissimo odore, che fu apprezzato da tutti, ma stillava un liquore odoroso, paragonabile a Manna, in cui molti e tra di essi il canonico D. Paolo Garminati, che poi fu Vicario Generale e vescovo di Nabucco, vi intinsero i fazzoletti.
Dal libro di Raffaele Musone, veniamo a sapere che ha raggiunto nel 1911 il grado di Venerabile; 
Dal bollettino del sindacato e Lavoro, bollettino della previdenza sociale di napoli, nel 1923, veniamo a sapere che è presente una cassa edile intitolata: Cassa Rurale beato Marco Maffei da Marcianise, pag.11
Nell'archivio segreto Vaticano, .Congregazione dei Riti, processo super non cultu, Napoli 1642-1643, num.1998., da Religione delle classi popolari, Carlo Ginzburg, Ed. il Mulino, 1979, Pag.601.
Sia sempre benedetto il Signore, che tanto premia i suoi Servi su nel Cielo, e tanto gli onora anche in terra.
l processo: Al processo parteciparono 86 testimoni : 32 religiosi(37,2%), 8 nobili (9,3%) e 21 civili, 18 ceto popolare(22,9%) e 7 di origine incerta (8,1%), (Padre M.Miele Marco Maffei da Marcianise e la riforma domenicana a Napoli in >>Campania sacra, 18 1977 

Bibliografia :
Sagro diario Domenicano, Tomo II, 
Fra Domenico Marchese
Napoli, dalla stamperia di Geronimo Fasulo, MDCLXX

Pagg. 55, 72

Delle notitie del bello, dell' antico, e del curioso dell città di Napoli Volume 7
Di Carlo Celano

Pagg. 91, 98

Breve Compendio de gli più illustri Padri nella Santità della Vita
Di Teodoro Valle

Pagg. ppvv; 286, 287

I domenicani in Campania e in Abruzzo
Di Luigi Guglielmo Esposito, Gerardo Cioffari
Editrice domenicana, 1998

I Sentieri dell'inquisizione
Vittoria Fiorelli
Pag. 104

            Vita del Padre Maestro F. Domenico di San Tommaso
F.Ottavio Bulgarini
Napoli, Gettaria de'Caratteri nuovi di Michele Luigi Mutio, 1698
Pag..395


De Professoribus Gymnasii Romani, Liber secundus
Giuseppe Carafa
Roma Typys Antoni Fulgoni apud S.Eustachium,1571

Pag 468


               Status ecclesiae civitatis Neapolitanae in duas partes divisus

Josephi de Magistri V.I.D
Napoli, Ex tiphografia Luca Antonij del fusco. MDCXXI

Pag. 122.

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